I Quartieri
Nebulose
indie-dream-boh pop
2010
In parole povere: Urrà!
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Qui in Italia non c’è nulla. Qui in Italia la musica non vale nulla. Se vai in Inghilterra sai quante belle band trovi, che valgono mille volte quelle che qua in Italia hanno anche un discreto seguito? E pure se vai negli Stati Uniti, non puoi immaginare. Ma perché scusa in Francia? Se si parla di elettronica loro sono i migliori, almeno per quanto concerne l’house. Sì ma pure in Germania ci sono delle band troppo fighe, coattissime. E le band di frikettoni drogati in Spagna? Ah beh.
Ah. Beh.
Quando io me ne uscii dicendo “a me questo Ep dei Quartieri piace un sacco” (ma poi un sacco di cosa?), un coraggioso cavaliere dell’ordine dei relativisti pronunziò petto in fuori: “Mo’ ti fomenti per una stronzata che esce in Italia quando nel mondo ci sono band che fanno la stessa cosa mille volte meglio“. Venni accusato di provincialismo musicale, non so dire se a ragione. Però quando mi metto a pensare a band che hanno costruito il loro immenso successo sul nulla (gente come i Pains Of Being Pure At Heart, o come gli XX; gente che piace anche a chi “se ne intende” di musica) allora qualche matassa nel mio cervello va complicandosi, ingarbugliandosi; ed infittendosi il gomitolo spesso mi capita di naufragare nei meandri della mia mente, ed il naufragio non m’è dolce. Annego, annaspo, e come al solito non ne cavo un ragno dal buco. Quest’esterofilia tutta nostra non l’ho mai capita e mai la capirò; riesce anche ad accecare le più illuminate tra le menti che mi circondano.
Fattostà che i Quartieri con Nebulose hanno partorito un gran bel lavoretto “buono per tutte le orecchie”. E’ questo infatti un Ep approcciabile, che non si nasconde e non si lascia scoprire, ma che si mette a nudo con una naturalezza che quasi sconcerta. Un Ep che cela solo il potenziale di una band che, persisto su questo punto da un po’ di tempo, è destinata in qualche modo ad entrare di diritto tra le più belle realtà del paese.
Il loro indie rock onirico, fatto di ampi tappeti sintetici dove si intrecciano curiosi arpeggi e contrappunti, mi ha colpito dritto al cuore. A volte ricordano i Belle and Sebastian per sensibilità e delicatezza, intrecciando dolci accordi con la calma voce di Fabio (sbaglio?) in una quasi sussurrata armonia chamber pop [La stanza di Mimì]; a volte riportano alla mente i Mercury Rev durante le loro improvvise digressioni sintetiche [Nebulose]; altre volte ancora par di rintracciare gli Slowdive durante l’incedere uniforme e grazioso di atmosfere sognanti [Confessioni di un artista di merda]. Ricordano, riportano alla mente, paiono sembrare: ma fondamentalmente il loro più grande pregio è quello di essere i Quartieri e nient’altro.
Nessuna copia spiccicata, nessun plagio sotto forma di citazione. E sarà merito dei testi così intensi e così “maturi”, sarà merito della voce calda che sembra essere sempre più una rarità tra le band di oggi, sarà merito degli arrangiamenti e delle ponderate incursioni noise, sarà merito del basso profilo che mantengono (per indole o per forza di cose, questo non posso saperlo), sarà merito di Dio (il gigante invisibile che esiste ma che quando lo chiami lui non risponde), sarà merito di Luigi Tenco che qualcuno all’interno della band ha sicuramente influenzato, sarà merito dei Fine Before You Came che cito ormai appena possibile e volentieri a sproposito (stanotte li ho addirittura sognati), sarà che non so più che dire, ma questi Quartieri sono veramente bravi.
Un parere poco soggettivo, il mio. Molto poco. E una recensione troppo lunga, una di quelle che non mi piacciono per niente.
Il disco lo trovate su mediafire, però se vi piace ve lo dovete comprare nè? Sempre che abbiate i soldi, naturalmente.

gistrare a proprie spese senza troppi problemi un demo, un Ep, un album. Fondamentalmente così nasce il così detto lo-fi, questo metodo di registrazione home-made, very casareccio, e non date retta a quello che c’è scritto su internet, che nasce verso gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Di esempi di lo-fi ne abbiamo fin dalla fine degli anni Sessanta, quando i metodi di registrazione erano già complessi e garantivano un’ottima qualità audio. Un esempio su tutti può essere il seminale The Velvet Underground and Nico, uscito nel 1967, registrato per necessità in quel modo (se la Columbia avesse accettato di produrlo invece che la Verve Records ci saremmo trovati di fronte ad un altro album, lo sapete meglio di me). Questo vale poi per tutta la scena garage e così detta proto-punk: il lo-fi non era un vezzo, un espediente artistico, ma una mera necessità vista la mancanza di una posizione favorevole delle majors nei confronti del rock più sporco e sperimentale. L’apoteosi si ebbe poi in Inghilterra e negli USA attorno alla fine degli anni Settanta, in pieno periodo post-punk da una parte e no wave dall’altra. Nacquero tantissime case discografiche indipendenti (in Inghilterra per esempio la Factory e la Rough Trade, per citare le due più conosciute) e si moltiplicarono i gruppi seguaci del do-it-yourself. Il lo-fi resta però una necessità, necessità derivata da una parte dalle risorse economiche, e dall’altra dalla schiettezza del punk, che di tutto aveva bisogno tranne che di artefatti d’ogni sorta (Never Mind The Bollocks resta a mio avviso il più grande affronto che sia mai stato fatto al punk). Certo va anche detto che molti gruppi punk che avevano adottato il lo-fi durante la loro genesi, all’aumentare dei consensi andavano alla ricerca di una maggiore qualità del suono e del prodotto commerciale, come può essere per i Joy Division e successivamente per i New Order, o per gruppi come Devo e Pere Ubu, senza considerare i Public Image Ltd, che negli anni Ottanta hanno totalmente cambiato cifra stilistica. Un esempio lampante sono anche i Pixies, che per loro stessa ammissione odiavano il sound di Surfer Rosa partorito da quel genio di Steve Albini, avanzando al livello successivo con Doolittle, di gran lunga più pulito e curato rispetto al precedente. Dagli anni Novanta in poi, però, il lo-fi diventa esclusivamente un espediente artistico, se non addirittura un vezzo. Non esiste più la necessità; chiunque può procurarsi le strumentazioni a costi competitivi e si moltiplicano gli ingegneri del suono. E così: perché questo vezzo? Perché ha così tanto fascino questo modus operandi rispetto al tanto bramato hi-fi? Io una risposta ce l’ho ma non mi va di darla perché sembra che mi sia preso troppo sul serio, cosa che invece non accade MAI. Ah, quello che ho scritto fino ad ora sono opinioni e restano tali, questo non vuole essere una specie di breviario, è semplicemente un’estemporanea riflessione su un genere che mi ha sempre affascinato.