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Editoriale #3

maggio 27, 2011

Riflessione sul lo-fi messa in soldoni vista la mia poca voglia di scrivere al momento

Produrre un disco era veramente difficile negli anni Sessanta e all’inizio degli anni Settanta. Avevi bisogno della strumentazione necessaria, che costava molti soldini, e perciò le registrazioni erano ad appannaggio di chi se le poteva permettere. Eppure col passare del tempo qualcosa è cambiato, gli strumenti sono stati sempre più facilmente reperibili, finché non si riuscì a registrare a proprie spese senza troppi problemi un demo, un Ep, un album. Fondamentalmente così nasce il così detto lo-fi, questo metodo di registrazione home-made, very casareccio, e non date retta a quello che c’è scritto su internet, che nasce verso gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Di esempi di lo-fi ne abbiamo fin dalla fine degli anni Sessanta, quando i metodi di registrazione erano già complessi e garantivano un’ottima qualità audio. Un esempio su tutti può essere il seminale The Velvet Underground and Nico, uscito nel 1967, registrato per necessità in quel modo (se la Columbia avesse accettato di produrlo invece che la Verve Records ci saremmo trovati di fronte ad un altro album, lo sapete meglio di me). Questo vale poi per tutta la scena garage e così detta proto-punk: il lo-fi non era un vezzo, un espediente artistico, ma una mera necessità vista la mancanza di una posizione favorevole delle majors nei confronti del rock più sporco e sperimentale. L’apoteosi si ebbe poi in Inghilterra e negli USA attorno alla fine degli anni Settanta, in pieno periodo post-punk da una parte e no wave dall’altra. Nacquero tantissime case discografiche indipendenti (in Inghilterra per esempio la Factory e la Rough Trade, per citare le due più conosciute) e si moltiplicarono i gruppi seguaci del do-it-yourself. Il lo-fi resta però una necessità, necessità derivata da una parte dalle risorse economiche, e dall’altra dalla schiettezza del punk, che di tutto aveva bisogno tranne che di artefatti d’ogni sorta (Never Mind The Bollocks resta a mio avviso il più grande affronto che sia mai stato fatto al punk). Certo va anche detto che molti gruppi punk che avevano adottato il lo-fi durante la loro genesi, all’aumentare dei consensi andavano alla ricerca di una maggiore qualità del suono e del prodotto commerciale, come può essere per i Joy Division e successivamente per i New Order, o per gruppi come Devo e Pere Ubu, senza considerare i Public Image Ltd, che negli anni Ottanta hanno totalmente cambiato cifra stilistica. Un esempio lampante sono anche i Pixies, che per loro stessa ammissione odiavano il sound di Surfer Rosa partorito da quel genio di Steve Albini, avanzando al livello successivo con Doolittle, di gran lunga più pulito e curato rispetto al precedente. Dagli anni Novanta in poi, però, il lo-fi diventa esclusivamente un espediente artistico, se non addirittura un vezzo. Non esiste più la necessità; chiunque può procurarsi le strumentazioni a costi competitivi e si moltiplicano gli ingegneri del suono. E così: perché questo vezzo? Perché ha così tanto fascino questo modus operandi rispetto al tanto bramato hi-fi? Io una risposta ce l’ho ma non mi va di darla perché sembra che mi sia preso troppo sul serio, cosa che invece non accade MAI. Ah, quello che ho scritto fino ad ora sono opinioni e restano tali, questo non vuole essere una specie di breviario, è semplicemente un’estemporanea riflessione su un genere che mi ha sempre affascinato.

Stefano

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