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Editoriale #4: Celebrated Summer

giugno 20, 2011

L’estate.

L’estate non è più quella di una volta; quella magnifica ed agognata luce nel buio, quella frizzante e calda meta che profumava tanto di libertà. Era la grande balena bianca per cui Achab attraversava gli oceani in lungo e largo, era la dicotomia perfetta tra slancio alla vita e anelito alla self-destruction.

L’estate cominciava a giugno, i primi, quando la scuola chiudeva i battenti e salutava con un arrivederci noi studenti, che puntualmente rispondevamo lanciando uova, farina, e bruciando i banchi. I sorrisi, i tuffi in fontana, il concerto di fine anno, l’alcool che scorreva a fiumi sin dalla prima mattina. Tutto questo ormai è solo una riminescenza, soltanto un ricordo.

Adesso tutto è cambiato: non è più la scuola padrona della mia vita, bensì lo sono io. L’università mi ha regalato una falsa libertà chiusa nella gabbia della consapevolezza e della responsabilizzazione. Ed è andato perdendosi il gusto per la vita fine a se stessa, per il divertimento autolesionista (nonostante questo non sia affatto scomparso). L’estate comincia troppo tardi adesso, e finisce troppo presto. Ed un vero inverno non esiste, non c’è più; al massimo lo si nota dal clima rigido, da quei due fiocchi di neve che, in un magico giorno soltanto, sembrano poter ricoprire Roma di un candido e dolce manto. Tutto questo è molto triste.

Sabato 18 giugno, pomeriggio presto. Passeggio sotto casa con Arturo, il mio meticcione di sessanta chili, un po’ pastore maremmano, un po’ pastore tedesco. Sicuramente è una delle più calde giornate dall’estate scorsa. Le cicale continuano con il loro perpetuo canto, i grilli si scambiano segnali da un albero all’altro, e piccole gocce di sudore costellano la mia fronte leggermente corrugata per via del sole accecante. La testa è circondata dalla mia corona di plastica e cavi, le mie cuffie, direttamente collegate all’ipod. Mentre cammino penso a ciò che debbo studiare: la storia dal 1492 ad oggi. Un bell’esame da dodici crediti, un mattone di rara insensatezza. Vorrei chiedere alla professoressa come potrò mai ricordarmi una sola delle informazioni che dovrò instillare nel mio cervello. Se la mia fronte fosse una membrana osmotica sarebbe tutto più facile. Basterebbe appoggiarla alle pagine del libro e brrr, completato! (cit.).

Tredici plettrate una dopo l’altra e poi una frase di basso. Ancora quelle tredici plettrate, che vanno moltiplicandosi per poi sfociare in un tumulto di power chords: “Love and hate was in the air, like pollen from the flowers“. Il sole batte forte, Arturo soffre, cerca un albero per potersi refrigerare dal sole. Io assecondo il suo passo accelerato, e frattanto mi godo i miei Hüsker Dü. La mia mente comincia a viaggiare, i ricordi cominciano ad affiorare dal sottosuolo come la rarefazione che il calore promana dall’asfalto. E quando Bob Mould letteralmente urla “Getting drunk out on the beach, or playing in a band/and getting out of school meant getting out of hand/was this your celebrated summer?” il mio cuore si scioglie, ripensando alle estati passate in spiaggia a vomitare vodka e succo d’arancia.

Ad un certo punto è come se tutto fosse perfetto, come se il mondo fosse stato creato ad hoc per me; un tripudio di empatia pervade gli alberi attorno a me ed il cielo ed il terriccio polveroso del campo da calcetto e il sudore sulla mia fronte e le cicale e i grilli; una sinfonia piena d’amore, un inno alla gioia intonato da tutto il creato al mio passaggio. E quando dalle cuffie irrompe l’assolo del solito Mould, allora accade l’impensabile. Come nei peggiori video musicali, improvvisamente si alza il vento, sferzando sul mio volto e riempiendo la zona di un’inaspettata freschezza, tanto poco attesa che sembra sorprendere gli alberi ed il cielo ed il terriccio polveroso del campo da calcetto e il sudore sulla mia fronte e le cicale e i grilli.

Torno alla realtà. Il sottosuolo rivendica per se i ricordi ed il presente s’appollaia sulle mie spalle. L’esame di storia moderna e contemporanea si impone in tutta la sua oscenità, cancellando quell’amena gioia che aveva per un attimo strappato un sorriso al mio volto sudaticcio. Mi accendo una sigaretta, ed ho la morte nel cuore.

Do you remember when the first snowfall fell? was that you celebrated summer?

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3 commenti

  1. notevole; un po’ Grossman e un po’ Svevo.
    più il secondo in realtà, mi è venuto in mente infatti la mia parte preferita del libro:
    “fu un vero raccoglimento il mio, uno di quegl’istanti rari che l’avara vita concede, di vera grande oggettività in cui si cessa finalmente di credersi e sentirsi vittima.”

    daglie stè.


  2. Ti cito tutto il passo così piangi anche tu:

    “Fu un vero raccoglimento il mio, uno di quegl’istanti rari che l’avara vita concede, di vera grande oggettività in cui si cessa finalmente di credersi e sentirsi vittima. In mezzo a quel verde rilevato tanto deliziosamente da quegli sprazzi di sole, seppi sorridere alla mia vita ed anche alla mia malattia. La donna vi ebbe un’importanza enorme. Magari a pezzi, i suoi piedini, la sua cintura, la sua bocca, riempirono i miei giorni. E rivedendo la mia vita e anche la mia malattia le amai, le intesi! Com’era stata più bella la mia vita che non quella dei cosidetti sani, coloro che picchiavano o avrebbero voluto picchiare la loro donna ogni giorno salvo in certi momenti. Io, invece, ero stato accompagnato sempre dall’amore. Quando non avevo pensato alla mia donna, vi avevo pensato ancora per farmi perdonare che pensavo anche alle altre. Gli altri abbandonavano la donna delusi e disperando della vita. Da me la vita non fu mai privata del desiderio e l’illusione rinacque subito intera dopo ogni naufragio, nel sogno di membra, di voci, di atteggiamenti più perfetti.”


  3. Grande Stè, sei sempre più scemo, ma scrivi alla grande come sempre. Un po’ di quella felicità empatica ha pervaso anche me per un attimo. Complice One Of These Things First di Nick Drake. Ti consiglio di rileggere quello che hai scritto ascoltandola.



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