Archive for settembre 2011

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Editoriale # 6: speciale Heroes

settembre 29, 2011

Scusatemi se mi prendo troppo sul serio

Il fatto che una cultura, o se preferiamo una sottocultura, prenda le mosse da una ed una sola città (o da una zona geograficamente circoscritta) per poi espandersi a macchia d’olio è cosa nota a tutti. Basti pensare alla Manchester della rave generation (la famosa Madchester di gruppi come gli Happy Mondays) o alla Seattle grunge, terra dei Nirvana e di tutti i loro eredi. Il fermento punk nella Londra fine anni Settanta, la dissacrante scena no wave newyorkese post-Ramones (risale al ’78 la bellissima No New York, compilation fortemente voluta e prodotta da Brian Eno che ha “scoperto” fenomeni come Lydia Lunch e James Chance). E questa non è una prerogativa di Stati Uniti e Inghilterra. Impossibile dimenticare il fermento culturale della kosmische musik tedesca, in fuga dalla terribile realtà della guerra fredda e di una Germania divisa, o le nebbiose lande d’Avignone che hanno riscritto l’accezione depressive fondendo tra loro l’eterea alienazione shoegaze e le cupe ambientazioni black metal. Poi c’è il nord Italia, la pianura Padana specialmente che, in questi ultimi anni, ha saputo abbracciare orde di entusiasti ragazzi sotto il comune denominatore della tristezza e dell’adolescenza mai svanita. La nuova scena screamo, o emocore, o post-hardcore che dir si voglia, viene proprio da lì. Gruppi che ormai non condividono solo il palco tra loro, ma anche gli studi di registrazione, le campagne pubblicitarie, le birre nei locali. È nato un gruppo di persone, di amici, che è riuscito a gridare più forte di tutti e che si è imposto nel panorama underground italiano senza la pretesa di raggiungere un particolare scopo, ma con il semplice intento di esprimersi. Un successo inevitabile vista la freschezza e, soprattutto, la quotidianità dei loro vocabolari e delle loro figurazioni liriche. Ma non è in questa sede che voglio soffermarmi su questa bella realtà nostrana.

Roma, la capitale, il punto in Italia dove senza ombra di dubbio più vivace è lo scambio, lo scontro, la fusione tra un numero indefinibile di culture. Una città sì caotica e disorganizzata, ma pregna di materiale umano, di esperienze e di opportunità. Molte più rispetto ad altre grandi città d’Italia, che però hanno saputo meglio gestire e ravvivare le associazioni, i circoli, le organizzazioni culturali locali. In piccola parte grazie alle istituzioni, in grande parte grazie alle persone che credono nell’arte, che credono nell’utilità della diffusione della cultura, che credono nella forza del dialogo e del confronto. Queste sono persone che hanno voglia di FARE. Non voglio cercare alibi per la città eterna: non diamo la colpa alle istituzioni che non creano spazi associativi, che non finanziano la cultura, che non riescono a perorare una politica giovanile adeguata (nonostante questi problemi ci siano e vadano risolti). La colpa, se davvero di colpa si vuol parlare, è nostra e di nessun altro. Perché non abbiamo la cultura del fare, al contrario di qualcun altro (se ci autodefiniamo la società dei magnaccioni un motivo ci sarà); perché ogni volta che pensiamo all’arte e alla cultura nella nostra città volgiamo la mente ar colosseo e ai fori imperiali, legandoci in maniera così stretta quanto stupida ai fasti di un passato che ormai è lontano anni luce da noi (lontano in tutti i sensi), mentre da altre parti d’Italia (ma che dico, in tutto il mondo) si pensa giustamente al presente, ma soprattutto al futuro. Un futuro a cui noi romani non sembriamo poi tanto interessati, visto che finché non crolla il colosseo, nun c’è problema.

E così ben vengano i nostri eroi, pronti a dare una svegliata al piattume artistico in cui la gioventù romana sembra essersi impantanata. Pronti, in piccola parte, a darci una valida alternativa ad occhialute orde di hipster meta-nerd che affollano le serate del Circolo, in cui l’amore e il culto della propria persona (e del giusto style) vanno annullando il carattere aggregativo di una delle poche occasioni d’incontro di massa nella capitale. Stavolta non si seguiranno le mode, non si cercheranno i consensi: stavolta si sta tutti insieme, sulla stessa barca, e ci si promuove l’un l’altro. Stavolta si sta insieme per stare insieme, per promuoversi e per promuovere, per divertirsi e per far vedere che una scena romana è possibile. Perché Heroes è un progetto concepito e sviluppato dalle band, un progetto che parte dal basso e che coinvolge persone normali, ragazzi della città che hanno in comune la passione per la musica e la voglia di risvegliare la città da questo stato di perpetua sonnolenza che ci ottenebra da troppo tempo. Da qui il motto “pijamose Roma”.

Tutto questo va a braccetto con la speranza di poter un giorno uscire dai confini cittadini, poi nazionali, cercando di diventare una realtà non solo conosciuta in patria, ma anche apprezzata all’estero. Per questo “Roma come New York”: non solo la Grande Mela può essere un modello di fervore culturale, ma può anche diventare l’ambita meta da raggiungere, o il canale privilegiato di uno scambio artistico tra noi e il nuovo mondo.

È arrivato il momento di supportare queste iniziative dal basso. È arrivato il momento di non prenderci troppo sul serio, ma di non prenderci neanche troppo sotto gamba. Perché questo è il modo giusto e sano di considerare la musica, e soprattutto è il modo giusto e sano di considerare la città che, seppur piena di difetti e contraddizioni, amiamo dal profondo del nostro cuore. Roma.

Se volete leggere il manifesto di Heroes, dare un’occhiata alle band che vi fanno parte e al calendario stilato, potete andare QUI.

Stefano

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Nappone: Cina In Lattina

settembre 22, 2011

Nappone

Cina In Lattina

punk rock

In parole povere: fresco e divertente, davvero niente male.

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Nappone & HMF è un quartetto punk-rock napoletano, facente parte del fantomatico quanto brillante “comitato lavico”, una sorta di comunità virtuale d’artisti napoletaniche si sforzano di non diffondere il proprio verbo in dialetto, ma coraggiosamente nella lingua del bel paese là dove ‘l sì suona.Questo loro EP Cina In Lattina risulta chiaramente una sorta di sfogo artistico che non segue alcuna particolare linea direttrice. Piuttosto è chiarissima la libertà di composizione dei quattro musicisti che, probabilmente il paragone sembrerà azzardato, ricordano per sonorità i Magazine di Real Life. Un punk-rock fresco, immediato, genuino, quasi glamour per via della splendida interpretazione vocale di Mr. Nappone.

Ma che gioia! Che gioia ascoltare dei ragazzi napoletani che non cantano in dialetto, e che riescono ad utilizzare un perfetto italiano senza neanche far notare l’accento! Scelta vincente quella del “comitato lavico”, perché fa sì che i gruppi si caratterizzino non per la loro provenienza geografica ma per le loro reali qualità artistiche. E i Nappone di qualità ne hanno da vendere, senza disdegnare una massiccia dose di ironia che pervade tutti i testi e che rende ancor più scorrevole e piacevole Cina In Lattina. Aspettiamo con ansia il disco.

Articolo pubblicato su LoudVision: http://www.loudvision.it/musica-dischi-nappone-cina-in-lattina–5434.html

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Lemeleagre: Atlante

settembre 21, 2011

Lemeleagre

Atlante

power pop

In parole povere: carino ma alla fine anche sticazzi

 

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Ho pubblicato una recensione di questo disco su Storia della Musica (QUI) però non riesco a copincollarla. C’ha un’impostazione strana quel sito per cui m’ha mandato affanculo tutti gli spazi, va a capo quando gli pare, e soprattutto smembra il test

o in paragrafi pi

ù o meno lunghi a seconda di come gli gira (se non fossi stato chiaro ve ne ho fornito appena adesso un esempio). Comunque, ripeto, la recensione la potete trovare QUI.

Ciao!

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Alberto Marchetti: Alberto Marchetti

settembre 19, 2011

Alberto Marchetti

Alberto Marchetti

cantautorato

In parole povere: un cantautore che non mi lascia niente dentro non è un cantautore

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Fondista, pittore, scrittore, sommelier, e “cantante per amore”. Alberto Marchetti (classe ’63) le prova un po’ tutte. E se ne esce nel 2011 con un disco (o per meglio dire un EP) autoprodotto, con la collaborazione dei maestri Giovanni Gobbi, Loris Deval e Daniele Giaro.

Cinque brani che spaziano dal folk nostrano alla ballata francese, che sfiorano i lidi del jazz e addirittura le coste di Ipanema. Un EP molto eterogeneo, suonato egregiamente, con un filo conduttore che riesce a mantenere unita l’opera: la malinconia che è sempre presente in tutti i testi del Marchetti, a volte prevalendo su tutto il resto, a volte facendo da sfondo a scene strettamente legate al quotidiano.

C’è chi è particolarmente ferrato in un ambito e percorre la strada come un toro fino a raggiungere l’agognato risultato, ma c’è chi invece sente di poter fare un po’ tutto, ma nulla particolarmente bene, e si apre sentieri a suon di accettate, tra i rovi, sperando di raggiungere non il risultato, ma qualcosa. Un qualcosa di indefinito, un qualcosa che inevitabilmente non coinciderà mai con la realizzazione personale. E Alberto Marchetti sembra proprio essere uno di questi.

Insomma, musicalmente è impeccabile, ma i testi non riescono a penetrare il cuore, e per un paese abituato a certa gentaglia (Tenco, De André, De Gregori, Battiato, Ciampi, Guccini e quant’altri) questo è un motivo più che sufficiente per non esaltarsi.

Pubblicato per Loudvision: http://www.loudvision.it/musica-dischi-alberto-marchetti-alberto-marchetti–5425.html

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Editoriale #5

settembre 18, 2011

Un editoriale inutile, come tutti gli altri. Però questo, forse, un po’ di più.

Martedì 30 agosto, un po’ di giorni fa insomma, la mia ragazza mi ha lasciato. Non starò a spiegare i motivi di tale rottura dopo quasi due anni di amore e devozione da parte del sottoscritto, vi basti sapere che comunque dopo davvero poco tempo (molto meno di un mese) io e la mia dolce metà siamo tornati una cosa unica. Ciò che ci tiene uniti non sarà potente come il bostik al momento, ma insomma possiamo aspettare che la colla si asciughi. Ho 21 anni, non ho fretta. O forse sì?

Ma volevo parlarVi d’altro. Una cosa che ho sempre sottolineato riguardo a Sfortuna dei Fine Before You Came è che “ragazzi, se vi ascoltate questo disco dopo che la ragazza v’ha lasciati, come minimo vi schiantate con la macchina da qualche parte“.

Mercoledì 31 agosto, ore sette e venti del mattino. Salgo in macchina pronto per andare a lavoro. Sono in perfetto orario e non ho dormito per tutta la notte, visto che poche ore prima la mia amata m’aveva lasciato. Attacco l’autoradio e metto Sfortuna. Natale, quarta traccia. Dopo qualche minuto mi ritrovo a correre per via della Bufalotta, tra le lacrime, urlando “oggi è una così bella giornata ed io vorrei che tu tornassi a casa per CENAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!“. Ma il pensiero di suicidarmi non m’ha sfiorato neanche per un microsecondo, quello no. E che non ci arrivo a Vixi, scusate tanto?

Vedete, quello che intendo dirVi è che il suicidio è una grande stupidaggine solo a contemplarlo, soprattutto quando dettato da questioni amorose. Insomma, nessuna ragazza che non sa apprezzarvi o accettarvi o perdonarvi sarà mai meglio di voi. E al mondo ci sono tante ragazze a cui dire mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare, tante ragazze a cui dedicare Washer degli Slint, tanti potenziali amori. Il mondo è bello perché è vario, perché ci permette di sperimentare con altre donne, o con altri uomini, o con transessuali volendo. Il mondo è bello perché è ricco di stimoli, perché la scoperta dell’alterità, del diverso, del nuovo, ci rende persone migliori. Perché così non si spegnerà mai la curiosità, e continueremo a porgerci domande, ricercando delle risposte senza però pretenderle, continuando a scagliare la freccia del nostro anelito al di là dell’uomo, così che la corda del nostro arco non disimparerà a vibrare, mai. E piano piano la Terra sarà nostra, nostra sarà la conoscenza e nostra sarà la coscienza, e nostri saranno quel corpo e quella mente che mai abbiamo davvero posseduto.

Io però ho scelto di tornare con S perché di sbattermi a cercarne un’altra proprio non mi andava. Ah, soprattutto la amo.

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Are We Real?: Il Piccolo Dirigibile Giallo

settembre 18, 2011

Are We Real?

Il Piccolo Dirigibile Giallo

folk, lo-fi

In parole povere: questo disco è bellissimo.

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Prendete due ragazzi di diciott’anni. Fatto? Chiudeteli in una stanza con un computer ed un po’ di strumenti. Fatto? Lasciateli lavorare finchè non sentirete la porta che si riapre. Fatto? Bene, probabilmente vi trovate davanti ad un piccolo capolavoro.

La scelta/necessità del lo-fi è senza ombra di dubbio quella vincente a diciott’anni. Sicuramente più immediato, più fresco, più vero, è un metodo di registrazione che permette di trasferire immediatamente su disco/vinile/cassetta/mp3 tutte le emozioni e le intenzioni di un giovane artista. La giovinezza, spontanea come un brufolo, si manifesta da subito per quello che è, a causa degli scompensi ormonali subiti pochi anni prima che faticano a ritrovare il giusto equilibrio (bisogna aspettare un bel po’ di tempo, in realtà l’adolescenza dura fino ai 30 anni). Così è per gli Are We Real?.

Il Piccolo Dirigibile Giallo (giallo come il sottomarino dei Beatles) è un concept album, trattasi delle esperienze vissute su di un (non indovinerete mai) piccolo dirigibile giallo e delle conseguenti riflessioni che il viaggio, come tutti i viaggi, ha portato con se. Uno schema classico, un topos artistico che da millenni si manifesta, a volte concedendo interessanti spunti, a volte fallendo miseramente in banalità e vecchi cliché. Ma non in questo caso.

Un viaggio che, dantescamente, comincia dal sonno. Onirico sì, ma al contempo estremamente reale grazie alle minuziose descrizioni dei paesaggi. Un viaggio schopenhaueriano, perché la noluntas è l’unica direttrice del viaggio: l’ascesi, il rifiuto della volontà figurato dal vento che indirizza, gestisce il viaggio, cullando il dirigibile in giro per il mondo. Un viaggio alla scoperta del mondo e, come nel miglior romanzo di formazione, alla scoperta del proprio io e poi, più in generale, del senso stesso della vita. Un viaggio che porta con se tante domande, a cui non può essere però data risposta. L’unica consapevolezza raggiunta durante l’atterraggio è che il viaggio non deve terminare. Il percorso è lungo, deve continuare, le domande da porsi sono molte, e le risposte le avremo, forse un giorno, ma certamente non in questa vita. Perché? Perché in fondo non sappiamo se siamo reali, e così non possiamo sapere se questa vita è la realtà. Questo, mi sembra, sia il concetto che cerca di esprimere il duo di udine.

Una storia raccontata a suon di schitarrate folk, un progetto che per arrangiamenti (ma anche per tematiche) ricorda con una certa immediatezza i Neutral Milk Hotel di In The Aeroplane Over The Sea. Un disco evocativo, pieno di immagini, registrato coi piedi e col cuore. Un disco che lascia qualcosa oltre alla musica, molto più di qualcosa. E questi due hanno diciott’anni. Tutta una vita davanti, reale o fantastica che sia.

WordPress della band con tutte le info sul disco e sugli ep, con annessi link per il download: http://arewereal.wordpress.com/

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The Wisdoom

settembre 17, 2011

The Wisdoom

The Wisdoom

doom metal, stoner, sludge metal

In parole povere: il male sorge sotto ar Cuppolone

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Ah, la saggezza sicuramente senza il senso del sacro, nonostante mr Iocca tenti in tutti i modi di farci credere ad una spiritualità, una ritualità che vada a braccetto con la sua musica. In realtà il primo ep dei Wisdoom è quanto di più profano i giovani romani (amici miei, lo ammetto) potessero creare; quanto di più sporco, lurido, grave e tenebroso potessero cagare dai loro bei culetti.

Agli occhi la copertina, lisergica e rarefatta, dalle vaghe reminescenze flower-power, rende appieno l’idea di spaesamento che l’ep vuole dare. Anche il nome stesso della band ci suggerisce un ascolto particolare; non è il solito doom, questo è pregno di saggezza. Scordatevi le pecionate a due all’ora insomma, i Wisdoom vogliono fare sul serio, vogliono mostrarci un mondo parallelo in cui il sacro è dissacrato dalle distorsioni, e non scassarci i coglioni per poco più d’una mezzora.

E per far questo allora attingono a tutte le loro serie di esperienze con la musica, lasciandosi influenzare senza costrizioni e proponendole in uno spartito che poi ha qualcosa di già sentito ma, al contempo, possiede una sua “unicità”. Quindi sentiremo certamente i Black Sabbath, ma anche la psichedelia pinkfloydiana da sempre prestata a smussare generi più hard, e perché no chi vorrà potrà sentirci anche gli Alice In Chains, i Kyuss, gli Electric Wizard. Io ci sento la Madonna che mi parla e che mi sprona a studiare un po’ di più. Però sembra evidente che a suonare quel disco siano gli Wisdoom, perché probabilmente nessun altro in giro saprebbe suonare così (almeno qui in Italia).

Poi potrete dire quello che vi pare, per esempio che io sia un recensore di parte. E perché? Solo perché Dario e Alessandro sono due miei cari amici? O forse solo perché agli albori della band io ne ero il cantante? Eh ma meno male che ho lasciato perdere perché vi sfido ad ascoltare le prime registrazioni della band (tra le quali c’era anche Katabasis). Terrificanti.

E comunque se non mi fosse piaciuto st’ep non ne avrei mai scritto la recensione. Chi può essere così crudele da smerdare i propri amici?

Myspace da cui potete ascoltare i brani: http://www.myspace.com/thewisdoom