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I Cani: Il sorprendente album d’esordio dei Cani

settembre 5, 2011

I Cani

Il sorprendente album d’esordio dei Cani

elettrock

In parole povere: un disco frainteso, da molti.

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Ho voluto aspettare un po’ di tempo prima di dire la mia riguardo questo sorprendente esordio de I Cani: in primis perché dovevo farmi un’idea per conto mio, evitando di lasciarmi troppo influenzare dai molteplici pareri che circola(va)no tra i miei amici e su internet; in secondo luogo perché mi piace dire la mia quando l’argomento trattato smette di essere il leitmotiv delle discussioni sulle uscite più “in” del momento.

Non si sa chi siano questi Cani. O meglio si sa ma non lo si dice. O se volessimo essere ancora più precisi c’è gente che lo dice, magari a mezza bocca. O magari c’è qualcun altro che lo dice ad alta voce, in mezzo ad un sacco di gente. Si sa, non si sa, fattostà che alla fine dei conti non gliene frega un cazzo a nessuno. Siamo pieni di personaggi della musica coperti dal mistero, che poi siano caschi colorati, magari con due orecchie da topo applicatevi, o che siano ologrammi, o buste di carta, non ci interessa proprio. Insomma, dateci un po’ di contenuto e allora sarete annoverabili nel meraviglioso mondo degli artisti misteriosi. Altrimenti sarete dei coglioni (o un coglione in questo caso?) come tanti altri ce ne stanno. E i coglioni, di quelli ne è pieno il mondo.

Ma Theme from Cameretta fa ben sperare. Un piccolo idillio cittadino in versione sonora accompagna i primi secondi a suon di automobili ed ambulanze, per lasciar spazio poi ad un intro che quasi ricorda i Justice di Cross in versione low fidelity. Un pizzico di malinconia che però graffia le casse creando un gran frastuono. Un inizio delizioso, e si sa che “chi ben comincia…”.

Poi il disco cambia, declina verso il pop baustelliano, il che non è che sia una cosa negativa. E poi ci siamo abituati ormai. Niente di che, un elettro-rock giustamente registrato coi piedi, un prodotto senza alcun particolare fine commerciale, un dischetto godibile e sfizioso. Un po’ sciocco, per come affronta gli stereotipi della gioventù romana (ma ripeto, come al solito, che tutto il mondo è provincia) e per come poco incide negli sporadici momenti in cui cerca di penetrare nell’intimo del personaggio narrante, in un certo senso figura centrale dell’intero lavoro. Ma nel complesso non è male, bisogna guardarlo (o meglio, ascoltarlo) per quello che è.

Poi però ci sono quelle orde di fan sfegatati all’ultima moda che innalzano il disco fino a renderlo un sacramento: Niccolò er guru de noantri, apostolo indefesso della verità. E il bello è che, da quello che ho riscontrato personalmente, i più ciechi amanti di questo disco sono proprio quelli contro i quali I Cani lanciano tutto il loro disprezzo. E la 42 Records, e chi per essa, spinge su questo fatto, creando una vera e propria tribù di hooligans pronti a martoriare chiunque in giro per il web non riesca proprio ad evitare un commento infelice dell’album. Quello che probabilmente nelle intenzioni dell’artista doveva essere uno sfogo da cameretta (ma questo non c’è dato saperlo), è stato trasformato in un fenomeno commerciale di becera caratura, sorretto dal consenso di qualche idiota e da più o meno importanti agganci con case discografiche, promoters, giornalisti.

Musicalmente è poca cosa, ma è carino. I testi sono davvero poveri, ma riescondo ad essere divertenti. Se vogliamo considerarlo un dischetto carino, senza impegno, trovate anche la mia poco interessante approvazione. Ma se davvero, come hanno confermato molte webzine qui in Italia, ci si trova davanti al Nevermind The Bollocks italiano, allora una domanda mi sorge spontanea. Dovremmo accontentarci di così poco?

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