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Editoriale #7: speciale donne

ottobre 11, 2011

E a questo editoriale ci tengo particolarmente, perché il 7 è il mio numero preferito.

So che questo blog tratta quasi esclusivamente la musica nostrana, e so che ci sono ancora tantissime cose da dire entro i nostri confini nazionali che ancora non sono state accennate. In particolare su questo sito ancora non s’è parlato del nuovo disco dei Morkobot (uscirà tra una decina di giorni), o della stupenda ultima uscita dei Raien (il loro miglior disco); senza contare tanti altri come Butcher Mind Collapse, Mombu, C+C=Maxigross, Mary in June (ho scritto di un loro live QUI ma non ho mai affrontato la recensione del loro ottimo Ep Ferirsi) e tanti altri. Senza poi considerare quegli artisti più “famosi”, che il sottosuolo ormai non sanno neanche cosa sia, come Verdena, Paolo Benvegnù e Vinicio Capossela (lo odio profondamente). Ma oggi no, oggi voglio parlare di donne, e mi dispiace tanto ma lo zampino fuori dallo stivale debbo cacciarlo per forza.

Una delle prime uscite del 2011 è sembrata essere, a detta di molti e col senno di poi, la migliore release dell’anno. Let England Shake segna ineluttabilmente il ritorno in pompa magna e, soprattutto, la crescita artistica di Pj Harvey. Un tempo era una ragazza di provincia, amante delle sigarette e della voce rovinata di Captain Beefheart, Tom Waits, Nick Cave etc. Il suo suond era essenziale, ruvido e sporco, e allo stesso modo la sua voce. Adesso, dopo essere passata per prove che non hanno accontentato proprio tutti (Uh Huh Her, White Chalk), con Let England Shake dimostra a tutti che la strada intrapresa è quella giusta. La sua voce è cambiata da un po’ di tempo ormai, e spesso sembra un gioco tra le mani di un bambino (a parte in pezzi come England, in cui si riconosce forte “la grana” della voce). I temi sono cambiati, dalle invettive sessiste della giovane Pj si è passati ad un concept album complesso, e per nulla banale, sulla guerra. E va detto che più passa il tempo più mi viene da accostarla a Patti Smith, ma guai a dirlo a lei sennò mi uccide.

Mi sono voluto soffermare sulla brava Pj, ma Let England Shake non è l’unico disco che ha permesso quest’anno alle quote rosa di spadroneggiare. C’è infatti un altro album uscito ad inizio anno (17/21 gennaio), l’omonimo di Anna Calvi, che è prepotentemente entrato nei cuori di migliaia tra giornalisti, bloggers, giovani e meno giovani di tutto il mondo. Definita come la figlia (artisticamente parlando) dell’unione tra Jeff Buckley e Pj Harvey, Anna è riuscita a dare nuova verve al così definito alternative songwriting, lanciando con impeto la moda dell’originalità e dell’eccentricità. Per un attimo questo disco ha rischiato di diventare un’icona del 2011, un disco seminale. Non ce l’ha fatta, forse per colpa del periodo storico. Io non lo so, non mi sono particolarmente soffermato a studiare il disco e il contesto in cui è uscito, fatto sta che un po’ mi dispiace. Perché probabilmente è l’uscita più affascinante che questo 2011 ci abbia concesso. Probabilmente.

E non voglio dilungarmi, perché già mi sono stancato di scrivere, ma la pienezza e la corposità di Metals, disco della bellissima/bravissima Feist uscito or ora (il 4 ottobre), la freschezza dal sapore comunque vintage di Strange Mercy, terzo disco di Annie Clark (a.k.a. St Vincent), la tenacia di Laura Marling che pubblica tra il 2008 e il 2011 tre album tutti di valore, e poi il secondo album delle Dum Dum Girls che mi avevano particolarmente sorpreso con una cover di There Is A Light That Never Goes Out (eccola) uscita nell’Ep He Gets Me High seguito subito dopo dall’album Only In Dreams (e ho anche avuto modo di intervistarle per Loudvision), e poi ancora Sara Lov, Chelsea Wolfe, Regina Spektor (bello il singolo Four From Far), Zola Jesus, Florence and The Machine, Lykke Li e tante, tante, tante altre; queste sono tutte le donne che hanno permesso al gentil sesso di spadroneggiare in questo interessante 2011.

Per non parlare poi della bellissima asimmetria (che forse noto solamente io) del volto di Lana Del Rey, vera e propria rivelazione pop uscita lo scorso anno con un disco ma che sta imperversando sul web grazie al bellissimo singolo Video Games e al suo lato B Blue Jeans (QUI potete vedere Video Games, ne vale la pena). Aggiungeteci poi la morte, che iddio l’abbia in gloria, di una delle più grandi icone del pop recente come Amy Winehouse, e vi ritroverete davanti ad un anno esclusivamente al femminile. Ma io sono contento. Non vedo più il futuro così nero. Piuttosto direi rosato, frizzantino.

Stefana

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2 commenti

  1. ammazza figa ‘sta Lana del Rey. Bella voce.



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