Archive for the ‘editoriale’ Category

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Editoriale #8 – speciale tossicodipendenza

novembre 6, 2011

Non sono sicuro che questo sia proprio l’ottavo editoriale. Potrebbe essere anche il nono. Nono. No no. Non è il nono bensì l’ottavo. La triste verità è che sto fatto come una pigna: il mondo è più bello, la vita è più bella, ogni volta per scrivere una parola ci metto tre eoni e boh, mi sento leggero. Molto leggero. Molto.

Sono talmente felice che il cielo grigio, anzi grigissimo, che tetro sormonta la mia Roma, al momento mi piace da morire. Sono proprio contento, il sole stavolta non la farà franca. Sono contento soprattutto perché questo cielo fa acquisire 1309920 punti mana a Spiderland degli Slint. Che diventa improvvisamente il disco migliore mai prodotto nella storia dell’intera umanità.

Sì; l’unica ragione per cui io amo questo cielo è Spiderland degli Slint. E vi pare poco?

Il disagio aumenta esponenzialmente, un futuro luminoso non sembra possibile, e la situazione attorno resta ferma, statica, impassibile a qualsiasi cambiamento possibile. Costruire una chiesa, la nuova chiesa, il nuovo modo di interpretare il mondo, diventa impresa primaria per poter uscire da questa atarassia. E gli Slint hanno messo tutto questo in un disco. In un disco che meglio di qualsiasi altro gruppo dell’epoca definibile generazionale (Nirvana e Pearl Jam per esempio) ha rappresentato il disagio alienato degli anni Novanta. Con i testi così spaventosamente evocativi, con le strutture della forma/canzone prima abbattute e poi ricreate geometricamente, con i suoni così “alti” ed “aperti”, così metallici e così distorti, Spiderland è riuscito a tramutare un’epoca in musica, una cosa astratta in una cosa quasi concreta. Copertina, musiche, testi, nulla c’è di sbagliato in questo disco, nulla che non sia perfettamente coerente con tutto il resto. Sì, io sto fatto, ed ora è partita Washer, ma io dico com’è possibile che un disco riesca ad essere così teso e così sospeso? Com’è possibile che questo disco non riesca né a toccare terra né a spiccare il volo? Com’è possibile che sia al di fuori di qualsiasi realtà immaginabile, e tuttavia nelle tematiche così spaventosamente reale? Io non lo so.

Io sto qui alla finestra a guardare il cielo. Sorrido. Non sono felice, sono fattissimo.

Stefano Rebibbia

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Editoriale #7: speciale donne

ottobre 11, 2011

E a questo editoriale ci tengo particolarmente, perché il 7 è il mio numero preferito.

So che questo blog tratta quasi esclusivamente la musica nostrana, e so che ci sono ancora tantissime cose da dire entro i nostri confini nazionali che ancora non sono state accennate. In particolare su questo sito ancora non s’è parlato del nuovo disco dei Morkobot (uscirà tra una decina di giorni), o della stupenda ultima uscita dei Raien (il loro miglior disco); senza contare tanti altri come Butcher Mind Collapse, Mombu, C+C=Maxigross, Mary in June (ho scritto di un loro live QUI ma non ho mai affrontato la recensione del loro ottimo Ep Ferirsi) e tanti altri. Senza poi considerare quegli artisti più “famosi”, che il sottosuolo ormai non sanno neanche cosa sia, come Verdena, Paolo Benvegnù e Vinicio Capossela (lo odio profondamente). Ma oggi no, oggi voglio parlare di donne, e mi dispiace tanto ma lo zampino fuori dallo stivale debbo cacciarlo per forza.

Una delle prime uscite del 2011 è sembrata essere, a detta di molti e col senno di poi, la migliore release dell’anno. Let England Shake segna ineluttabilmente il ritorno in pompa magna e, soprattutto, la crescita artistica di Pj Harvey. Un tempo era una ragazza di provincia, amante delle sigarette e della voce rovinata di Captain Beefheart, Tom Waits, Nick Cave etc. Il suo suond era essenziale, ruvido e sporco, e allo stesso modo la sua voce. Adesso, dopo essere passata per prove che non hanno accontentato proprio tutti (Uh Huh Her, White Chalk), con Let England Shake dimostra a tutti che la strada intrapresa è quella giusta. La sua voce è cambiata da un po’ di tempo ormai, e spesso sembra un gioco tra le mani di un bambino (a parte in pezzi come England, in cui si riconosce forte “la grana” della voce). I temi sono cambiati, dalle invettive sessiste della giovane Pj si è passati ad un concept album complesso, e per nulla banale, sulla guerra. E va detto che più passa il tempo più mi viene da accostarla a Patti Smith, ma guai a dirlo a lei sennò mi uccide.

Mi sono voluto soffermare sulla brava Pj, ma Let England Shake non è l’unico disco che ha permesso quest’anno alle quote rosa di spadroneggiare. C’è infatti un altro album uscito ad inizio anno (17/21 gennaio), l’omonimo di Anna Calvi, che è prepotentemente entrato nei cuori di migliaia tra giornalisti, bloggers, giovani e meno giovani di tutto il mondo. Definita come la figlia (artisticamente parlando) dell’unione tra Jeff Buckley e Pj Harvey, Anna è riuscita a dare nuova verve al così definito alternative songwriting, lanciando con impeto la moda dell’originalità e dell’eccentricità. Per un attimo questo disco ha rischiato di diventare un’icona del 2011, un disco seminale. Non ce l’ha fatta, forse per colpa del periodo storico. Io non lo so, non mi sono particolarmente soffermato a studiare il disco e il contesto in cui è uscito, fatto sta che un po’ mi dispiace. Perché probabilmente è l’uscita più affascinante che questo 2011 ci abbia concesso. Probabilmente.

E non voglio dilungarmi, perché già mi sono stancato di scrivere, ma la pienezza e la corposità di Metals, disco della bellissima/bravissima Feist uscito or ora (il 4 ottobre), la freschezza dal sapore comunque vintage di Strange Mercy, terzo disco di Annie Clark (a.k.a. St Vincent), la tenacia di Laura Marling che pubblica tra il 2008 e il 2011 tre album tutti di valore, e poi il secondo album delle Dum Dum Girls che mi avevano particolarmente sorpreso con una cover di There Is A Light That Never Goes Out (eccola) uscita nell’Ep He Gets Me High seguito subito dopo dall’album Only In Dreams (e ho anche avuto modo di intervistarle per Loudvision), e poi ancora Sara Lov, Chelsea Wolfe, Regina Spektor (bello il singolo Four From Far), Zola Jesus, Florence and The Machine, Lykke Li e tante, tante, tante altre; queste sono tutte le donne che hanno permesso al gentil sesso di spadroneggiare in questo interessante 2011.

Per non parlare poi della bellissima asimmetria (che forse noto solamente io) del volto di Lana Del Rey, vera e propria rivelazione pop uscita lo scorso anno con un disco ma che sta imperversando sul web grazie al bellissimo singolo Video Games e al suo lato B Blue Jeans (QUI potete vedere Video Games, ne vale la pena). Aggiungeteci poi la morte, che iddio l’abbia in gloria, di una delle più grandi icone del pop recente come Amy Winehouse, e vi ritroverete davanti ad un anno esclusivamente al femminile. Ma io sono contento. Non vedo più il futuro così nero. Piuttosto direi rosato, frizzantino.

Stefana

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Editoriale # 6: speciale Heroes

settembre 29, 2011

Scusatemi se mi prendo troppo sul serio

Il fatto che una cultura, o se preferiamo una sottocultura, prenda le mosse da una ed una sola città (o da una zona geograficamente circoscritta) per poi espandersi a macchia d’olio è cosa nota a tutti. Basti pensare alla Manchester della rave generation (la famosa Madchester di gruppi come gli Happy Mondays) o alla Seattle grunge, terra dei Nirvana e di tutti i loro eredi. Il fermento punk nella Londra fine anni Settanta, la dissacrante scena no wave newyorkese post-Ramones (risale al ’78 la bellissima No New York, compilation fortemente voluta e prodotta da Brian Eno che ha “scoperto” fenomeni come Lydia Lunch e James Chance). E questa non è una prerogativa di Stati Uniti e Inghilterra. Impossibile dimenticare il fermento culturale della kosmische musik tedesca, in fuga dalla terribile realtà della guerra fredda e di una Germania divisa, o le nebbiose lande d’Avignone che hanno riscritto l’accezione depressive fondendo tra loro l’eterea alienazione shoegaze e le cupe ambientazioni black metal. Poi c’è il nord Italia, la pianura Padana specialmente che, in questi ultimi anni, ha saputo abbracciare orde di entusiasti ragazzi sotto il comune denominatore della tristezza e dell’adolescenza mai svanita. La nuova scena screamo, o emocore, o post-hardcore che dir si voglia, viene proprio da lì. Gruppi che ormai non condividono solo il palco tra loro, ma anche gli studi di registrazione, le campagne pubblicitarie, le birre nei locali. È nato un gruppo di persone, di amici, che è riuscito a gridare più forte di tutti e che si è imposto nel panorama underground italiano senza la pretesa di raggiungere un particolare scopo, ma con il semplice intento di esprimersi. Un successo inevitabile vista la freschezza e, soprattutto, la quotidianità dei loro vocabolari e delle loro figurazioni liriche. Ma non è in questa sede che voglio soffermarmi su questa bella realtà nostrana.

Roma, la capitale, il punto in Italia dove senza ombra di dubbio più vivace è lo scambio, lo scontro, la fusione tra un numero indefinibile di culture. Una città sì caotica e disorganizzata, ma pregna di materiale umano, di esperienze e di opportunità. Molte più rispetto ad altre grandi città d’Italia, che però hanno saputo meglio gestire e ravvivare le associazioni, i circoli, le organizzazioni culturali locali. In piccola parte grazie alle istituzioni, in grande parte grazie alle persone che credono nell’arte, che credono nell’utilità della diffusione della cultura, che credono nella forza del dialogo e del confronto. Queste sono persone che hanno voglia di FARE. Non voglio cercare alibi per la città eterna: non diamo la colpa alle istituzioni che non creano spazi associativi, che non finanziano la cultura, che non riescono a perorare una politica giovanile adeguata (nonostante questi problemi ci siano e vadano risolti). La colpa, se davvero di colpa si vuol parlare, è nostra e di nessun altro. Perché non abbiamo la cultura del fare, al contrario di qualcun altro (se ci autodefiniamo la società dei magnaccioni un motivo ci sarà); perché ogni volta che pensiamo all’arte e alla cultura nella nostra città volgiamo la mente ar colosseo e ai fori imperiali, legandoci in maniera così stretta quanto stupida ai fasti di un passato che ormai è lontano anni luce da noi (lontano in tutti i sensi), mentre da altre parti d’Italia (ma che dico, in tutto il mondo) si pensa giustamente al presente, ma soprattutto al futuro. Un futuro a cui noi romani non sembriamo poi tanto interessati, visto che finché non crolla il colosseo, nun c’è problema.

E così ben vengano i nostri eroi, pronti a dare una svegliata al piattume artistico in cui la gioventù romana sembra essersi impantanata. Pronti, in piccola parte, a darci una valida alternativa ad occhialute orde di hipster meta-nerd che affollano le serate del Circolo, in cui l’amore e il culto della propria persona (e del giusto style) vanno annullando il carattere aggregativo di una delle poche occasioni d’incontro di massa nella capitale. Stavolta non si seguiranno le mode, non si cercheranno i consensi: stavolta si sta tutti insieme, sulla stessa barca, e ci si promuove l’un l’altro. Stavolta si sta insieme per stare insieme, per promuoversi e per promuovere, per divertirsi e per far vedere che una scena romana è possibile. Perché Heroes è un progetto concepito e sviluppato dalle band, un progetto che parte dal basso e che coinvolge persone normali, ragazzi della città che hanno in comune la passione per la musica e la voglia di risvegliare la città da questo stato di perpetua sonnolenza che ci ottenebra da troppo tempo. Da qui il motto “pijamose Roma”.

Tutto questo va a braccetto con la speranza di poter un giorno uscire dai confini cittadini, poi nazionali, cercando di diventare una realtà non solo conosciuta in patria, ma anche apprezzata all’estero. Per questo “Roma come New York”: non solo la Grande Mela può essere un modello di fervore culturale, ma può anche diventare l’ambita meta da raggiungere, o il canale privilegiato di uno scambio artistico tra noi e il nuovo mondo.

È arrivato il momento di supportare queste iniziative dal basso. È arrivato il momento di non prenderci troppo sul serio, ma di non prenderci neanche troppo sotto gamba. Perché questo è il modo giusto e sano di considerare la musica, e soprattutto è il modo giusto e sano di considerare la città che, seppur piena di difetti e contraddizioni, amiamo dal profondo del nostro cuore. Roma.

Se volete leggere il manifesto di Heroes, dare un’occhiata alle band che vi fanno parte e al calendario stilato, potete andare QUI.

Stefano

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Editoriale #5

settembre 18, 2011

Un editoriale inutile, come tutti gli altri. Però questo, forse, un po’ di più.

Martedì 30 agosto, un po’ di giorni fa insomma, la mia ragazza mi ha lasciato. Non starò a spiegare i motivi di tale rottura dopo quasi due anni di amore e devozione da parte del sottoscritto, vi basti sapere che comunque dopo davvero poco tempo (molto meno di un mese) io e la mia dolce metà siamo tornati una cosa unica. Ciò che ci tiene uniti non sarà potente come il bostik al momento, ma insomma possiamo aspettare che la colla si asciughi. Ho 21 anni, non ho fretta. O forse sì?

Ma volevo parlarVi d’altro. Una cosa che ho sempre sottolineato riguardo a Sfortuna dei Fine Before You Came è che “ragazzi, se vi ascoltate questo disco dopo che la ragazza v’ha lasciati, come minimo vi schiantate con la macchina da qualche parte“.

Mercoledì 31 agosto, ore sette e venti del mattino. Salgo in macchina pronto per andare a lavoro. Sono in perfetto orario e non ho dormito per tutta la notte, visto che poche ore prima la mia amata m’aveva lasciato. Attacco l’autoradio e metto Sfortuna. Natale, quarta traccia. Dopo qualche minuto mi ritrovo a correre per via della Bufalotta, tra le lacrime, urlando “oggi è una così bella giornata ed io vorrei che tu tornassi a casa per CENAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!“. Ma il pensiero di suicidarmi non m’ha sfiorato neanche per un microsecondo, quello no. E che non ci arrivo a Vixi, scusate tanto?

Vedete, quello che intendo dirVi è che il suicidio è una grande stupidaggine solo a contemplarlo, soprattutto quando dettato da questioni amorose. Insomma, nessuna ragazza che non sa apprezzarvi o accettarvi o perdonarvi sarà mai meglio di voi. E al mondo ci sono tante ragazze a cui dire mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare, tante ragazze a cui dedicare Washer degli Slint, tanti potenziali amori. Il mondo è bello perché è vario, perché ci permette di sperimentare con altre donne, o con altri uomini, o con transessuali volendo. Il mondo è bello perché è ricco di stimoli, perché la scoperta dell’alterità, del diverso, del nuovo, ci rende persone migliori. Perché così non si spegnerà mai la curiosità, e continueremo a porgerci domande, ricercando delle risposte senza però pretenderle, continuando a scagliare la freccia del nostro anelito al di là dell’uomo, così che la corda del nostro arco non disimparerà a vibrare, mai. E piano piano la Terra sarà nostra, nostra sarà la conoscenza e nostra sarà la coscienza, e nostri saranno quel corpo e quella mente che mai abbiamo davvero posseduto.

Io però ho scelto di tornare con S perché di sbattermi a cercarne un’altra proprio non mi andava. Ah, soprattutto la amo.

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Editoriale #4: Celebrated Summer

giugno 20, 2011

L’estate.

L’estate non è più quella di una volta; quella magnifica ed agognata luce nel buio, quella frizzante e calda meta che profumava tanto di libertà. Era la grande balena bianca per cui Achab attraversava gli oceani in lungo e largo, era la dicotomia perfetta tra slancio alla vita e anelito alla self-destruction.

L’estate cominciava a giugno, i primi, quando la scuola chiudeva i battenti e salutava con un arrivederci noi studenti, che puntualmente rispondevamo lanciando uova, farina, e bruciando i banchi. I sorrisi, i tuffi in fontana, il concerto di fine anno, l’alcool che scorreva a fiumi sin dalla prima mattina. Tutto questo ormai è solo una riminescenza, soltanto un ricordo.

Adesso tutto è cambiato: non è più la scuola padrona della mia vita, bensì lo sono io. L’università mi ha regalato una falsa libertà chiusa nella gabbia della consapevolezza e della responsabilizzazione. Ed è andato perdendosi il gusto per la vita fine a se stessa, per il divertimento autolesionista (nonostante questo non sia affatto scomparso). L’estate comincia troppo tardi adesso, e finisce troppo presto. Ed un vero inverno non esiste, non c’è più; al massimo lo si nota dal clima rigido, da quei due fiocchi di neve che, in un magico giorno soltanto, sembrano poter ricoprire Roma di un candido e dolce manto. Tutto questo è molto triste.

Sabato 18 giugno, pomeriggio presto. Passeggio sotto casa con Arturo, il mio meticcione di sessanta chili, un po’ pastore maremmano, un po’ pastore tedesco. Sicuramente è una delle più calde giornate dall’estate scorsa. Le cicale continuano con il loro perpetuo canto, i grilli si scambiano segnali da un albero all’altro, e piccole gocce di sudore costellano la mia fronte leggermente corrugata per via del sole accecante. La testa è circondata dalla mia corona di plastica e cavi, le mie cuffie, direttamente collegate all’ipod. Mentre cammino penso a ciò che debbo studiare: la storia dal 1492 ad oggi. Un bell’esame da dodici crediti, un mattone di rara insensatezza. Vorrei chiedere alla professoressa come potrò mai ricordarmi una sola delle informazioni che dovrò instillare nel mio cervello. Se la mia fronte fosse una membrana osmotica sarebbe tutto più facile. Basterebbe appoggiarla alle pagine del libro e brrr, completato! (cit.).

Tredici plettrate una dopo l’altra e poi una frase di basso. Ancora quelle tredici plettrate, che vanno moltiplicandosi per poi sfociare in un tumulto di power chords: “Love and hate was in the air, like pollen from the flowers“. Il sole batte forte, Arturo soffre, cerca un albero per potersi refrigerare dal sole. Io assecondo il suo passo accelerato, e frattanto mi godo i miei Hüsker Dü. La mia mente comincia a viaggiare, i ricordi cominciano ad affiorare dal sottosuolo come la rarefazione che il calore promana dall’asfalto. E quando Bob Mould letteralmente urla “Getting drunk out on the beach, or playing in a band/and getting out of school meant getting out of hand/was this your celebrated summer?” il mio cuore si scioglie, ripensando alle estati passate in spiaggia a vomitare vodka e succo d’arancia.

Ad un certo punto è come se tutto fosse perfetto, come se il mondo fosse stato creato ad hoc per me; un tripudio di empatia pervade gli alberi attorno a me ed il cielo ed il terriccio polveroso del campo da calcetto e il sudore sulla mia fronte e le cicale e i grilli; una sinfonia piena d’amore, un inno alla gioia intonato da tutto il creato al mio passaggio. E quando dalle cuffie irrompe l’assolo del solito Mould, allora accade l’impensabile. Come nei peggiori video musicali, improvvisamente si alza il vento, sferzando sul mio volto e riempiendo la zona di un’inaspettata freschezza, tanto poco attesa che sembra sorprendere gli alberi ed il cielo ed il terriccio polveroso del campo da calcetto e il sudore sulla mia fronte e le cicale e i grilli.

Torno alla realtà. Il sottosuolo rivendica per se i ricordi ed il presente s’appollaia sulle mie spalle. L’esame di storia moderna e contemporanea si impone in tutta la sua oscenità, cancellando quell’amena gioia che aveva per un attimo strappato un sorriso al mio volto sudaticcio. Mi accendo una sigaretta, ed ho la morte nel cuore.

Do you remember when the first snowfall fell? was that you celebrated summer?

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Editoriale #3

maggio 27, 2011

Riflessione sul lo-fi messa in soldoni vista la mia poca voglia di scrivere al momento

Produrre un disco era veramente difficile negli anni Sessanta e all’inizio degli anni Settanta. Avevi bisogno della strumentazione necessaria, che costava molti soldini, e perciò le registrazioni erano ad appannaggio di chi se le poteva permettere. Eppure col passare del tempo qualcosa è cambiato, gli strumenti sono stati sempre più facilmente reperibili, finché non si riuscì a registrare a proprie spese senza troppi problemi un demo, un Ep, un album. Fondamentalmente così nasce il così detto lo-fi, questo metodo di registrazione home-made, very casareccio, e non date retta a quello che c’è scritto su internet, che nasce verso gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Di esempi di lo-fi ne abbiamo fin dalla fine degli anni Sessanta, quando i metodi di registrazione erano già complessi e garantivano un’ottima qualità audio. Un esempio su tutti può essere il seminale The Velvet Underground and Nico, uscito nel 1967, registrato per necessità in quel modo (se la Columbia avesse accettato di produrlo invece che la Verve Records ci saremmo trovati di fronte ad un altro album, lo sapete meglio di me). Questo vale poi per tutta la scena garage e così detta proto-punk: il lo-fi non era un vezzo, un espediente artistico, ma una mera necessità vista la mancanza di una posizione favorevole delle majors nei confronti del rock più sporco e sperimentale. L’apoteosi si ebbe poi in Inghilterra e negli USA attorno alla fine degli anni Settanta, in pieno periodo post-punk da una parte e no wave dall’altra. Nacquero tantissime case discografiche indipendenti (in Inghilterra per esempio la Factory e la Rough Trade, per citare le due più conosciute) e si moltiplicarono i gruppi seguaci del do-it-yourself. Il lo-fi resta però una necessità, necessità derivata da una parte dalle risorse economiche, e dall’altra dalla schiettezza del punk, che di tutto aveva bisogno tranne che di artefatti d’ogni sorta (Never Mind The Bollocks resta a mio avviso il più grande affronto che sia mai stato fatto al punk). Certo va anche detto che molti gruppi punk che avevano adottato il lo-fi durante la loro genesi, all’aumentare dei consensi andavano alla ricerca di una maggiore qualità del suono e del prodotto commerciale, come può essere per i Joy Division e successivamente per i New Order, o per gruppi come Devo e Pere Ubu, senza considerare i Public Image Ltd, che negli anni Ottanta hanno totalmente cambiato cifra stilistica. Un esempio lampante sono anche i Pixies, che per loro stessa ammissione odiavano il sound di Surfer Rosa partorito da quel genio di Steve Albini, avanzando al livello successivo con Doolittle, di gran lunga più pulito e curato rispetto al precedente. Dagli anni Novanta in poi, però, il lo-fi diventa esclusivamente un espediente artistico, se non addirittura un vezzo. Non esiste più la necessità; chiunque può procurarsi le strumentazioni a costi competitivi e si moltiplicano gli ingegneri del suono. E così: perché questo vezzo? Perché ha così tanto fascino questo modus operandi rispetto al tanto bramato hi-fi? Io una risposta ce l’ho ma non mi va di darla perché sembra che mi sia preso troppo sul serio, cosa che invece non accade MAI. Ah, quello che ho scritto fino ad ora sono opinioni e restano tali, questo non vuole essere una specie di breviario, è semplicemente un’estemporanea riflessione su un genere che mi ha sempre affascinato.

Stefano

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Editoriale #2

maggio 17, 2011

L’intento principe di questo blog era quello di occuparsi esclusivamente di roba italiana, come avevo affermato negiornalistal primo storico editoriale datato pochi giorni fa. Oggi mi ritrovo davanti ad una situazione difficile, in cui mi rendo perfettamente conto di non essere capace di gestire me stesso e soprattutto le mie cose (probabilmente non ne sono mai stato capace). Questo blog mi ha surclassato, questo blog ora va avanti ed io sono rimasto fermo: ha preso il sopravvento. Prima la recensione dei Crash of Rhinos, poi la playlist con dentro roba tipo Pil, Cap ‘n Jazz, Deerhunter, Husker Du e non ricordo chi altri. Pare che oramai sia ufficiale, e che sia stupido indugiare e sforzare comportamenti diversi. Questo blog si occuperà di tutta la musica, in tutte le sue forme e le sue sfaccettature. Certo, credo di poter affermare con una vaga certezza (questo periodo è un capolavoro) che i miei sforzi si concentreranno in particolare sulla roba italiana, che sto scoprendo giorno dopo giorno sempre più interessante. Per esempio sto riascoltando i Verme, e mi ero dimenticato di quanto fossero belli i loro due Ep Vai verme vai e Un verme resta un verme. Per non parlare di canzoni come Coglione o Montagna, devastanti.

Sono simpatici questi editoriali perchè mi permettono di scrivere davvero quello che cazzo mi pare senza alcun problema, dovrei scriverne più spesso di editoriali. Anche se la media di uno a settimana non mi pare male. Se ci guadagnassi qualcosa mi piacerebbe scriverne uno al giorno, ma tanto ora come ora le cose sono messe così e non posso farci nulla, fondamentalmente a nessuno gli può fregare un fico secco di questo blog. Eppure a me interessa tantissimo il destino di questo; sarà perchè ha un desing accattivante o perchè prendo le mosse da nobilissimi sentimenti che mi ispirano con tanta veemenza. Fatto sta che punto ad incrementare notevolmente le visite di estranei a questo blog. Non so come, ieri mi sono iscritto su Twitter e ci sto lavorando. Bisogna tenere aperte tutte le opportunità. Ora è giunto il momento dei saluti, che triste storia. Spero di poter scrivere a breve una recensione, intanto vi saluto e vi rimando al prossimo editoriale, che dovrebbe tornare la prossima settimana.

Stefano