Archive for the ‘live report’ Category

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Speciale Heroes: Cupe Vampe e Atome Primitif @ Le Mura

dicembre 7, 2011

Quando assieme al mio prode compagno di concerti Mene, in sella alla mia fedele Toyota nera come la pece, raggiungo dopo trascendentali imprese alla ricerca di un parcheggio Le Mura, si son fatte quasi le undici. Signore, dimmi che il concerto non è cominciato. Dimmi che non è cominciato, dimmi che non è cominciato. Perché il venerdì sera devo staccare così tardi da lavoro?

Il concerto non era cominciato. Mi viene lasciato il tempo di fumare una sigaretta prima che i Cupe Vampe attacchino a suonare. Presentano il loro nuovo mini-ep Il Potere Del Digiuno, ed una piccola (forse troppo piccola) folla è lì ad assistere. Sulle prime note arpeggiate credevo di assistere ad un concerto dei Neurosis, ma improvvise digressioni noise alternate a confortanti dilatazioni post-rock mi hanno fatto desumere tutt’altro. Ma dopo questa introduzione strumentale i Cupe Vampe si sono dimostrati il gruppo rock che, memore degli ascolti precedenti, aspettavo di trovarmi di fronte. Un graffiato mugolio rock cupo e viscerale dal quale è difficile riemergere, un immediato momento di fusione tra musicista e strumento che desta gli animi assopiti e che, per qualche secondo, mi fa dimenticare il versamento di sangue sul mio dolorante ginocchio destro. Particolari meriti per la buona riuscita del concerto vanno al batterista, semplicemente da me definito con termini del calibro di “bestia” e “macchina”. Ha tenuto ritmiche mostruose, ha pestato come un dannato, e in alcuni momenti sembrava che tenesse da solo il concerto. Per citare il nuovo disco dei Verdena o un’esclamazione tipica di Paperino & co.: WOW!.

A seguire salgono sul palco gli Atome Primitif, giovane band nostrana in piedi dal 2007 che ha all’attivo un disco uscito lo scorso anno (Three Years, Three Days). Loro, a mio avviso, sono una cosa davvero grande, e davvero bella. Ammetto di non averli mai ascoltati su disco prima di incontrarli a Le Mura venerdì sera, eppure dopo il concerto sono stato totalmente soggiogato ed infatuato dalla loro potenzialità (inespressa, a causa di problemi tecnici: roba di volumi, roba per fonici). Perché non gli ha detto bene nulla a questi poveri ragazzi: prima il batterista non sentiva la chitarra, poi non sentiva il basso, poi la voce della cantante scompariva improvvisamente dalla sala, poi il volume delle basi al pc oscurava prepotentemente il resto della band. Purtroppo hanno suonato poco, una mezz’oretta, per poi dare forfait. Un peccato, perché la loro miscela trip-hop/post-rock, nei pochi momenti di chiarezza durante la performance, ha funzionato, eccome! In particolare sono stato colpito dal gusto per gli arrangiamenti, da alcune linee di basso dub che rimandano ai primi Massive Attack e, infine, dalla splendida voce alla Beth Gibbons di Azzurra. Forse è un po’ acerba, forse è ancora troppo fresca, forse deve imparare ancora a gestirla per bene. Forse è stata colpa solamente della serata no, e basta. Fatto sta che mi sono innamorato degli Atome Primitif, che nonostante tutto mi sono apparsi come una delle cose più belle ed interessanti accadute fino ad ora a Heroes. E provvederò immediatamente a rimediare il disco.

Poi, come per tutte le cose, arriva la fine. Ma tra due settimane si ricomincia, con i Mug. Sempre a san Lorenzo. Sempre a Le Mura. Sempre Heroes.

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Speciale Heroes: Le Naphta Narcisse @ Le Mura

novembre 30, 2011

L’ormai lontano 19 novembre ha avuto luogo a Le Mura di san Lorenzo un’altra serata di Heroes. Stavolta i padroni di casa sono Le Naphta Narcisse, gruppo nato nell’ormai lontanissimo 1995 a L’Aquila. È una bella serata, fredda quanto basta per farti congelare le dita dei piedi se porti le scarpe sbagliate, ma libera dalle nuvole. Si sente anche l’assenza del gelido vento invernale che ti pungola la faccia come se fosse il bersaglio di una partita a freccette. Però non fa caldo, e quindi per ristorarsi dal freddo quest’anno arrivato troppo tardi si comincia a bere. Birra, vino, whiskey, cocktail di varia natura: tutto fa brodo in questa serata novembrina.

Fortunatamente quando attaccano a suonare Le Naphta Narcisse il sottoscritto era fermo ancora ad un bicchiere di vino e a due pinte di birra; quanto basta insomma per godersi un concerto senza provare il caotico fastidio che l’ebbrezza suscita di fronte ad un amplificatore. Le N.N. strabiliano me e qualche astante con la strumentazione e, soprattutto, con le pedaliere. Sono stato cinque minuti buoni ad osservare quegli aggeggi infernali pieni di pedali, pulsanti, manovelle e lucine colorate. Non ho mai capito appieno il funzionamento di questi oggetti: non so come si chiamino i vari effetti e non comprendo proprio come una persona riesca a scegliere un effetto piuttosto che un altro. Ci sono tante cose che non capisco delle pedaliere, però so per certo che una pedaliera ben rifornita (e ben utilizzata) esalta appieno le potenzialità della chitarra che, man mano con gli anni, vanno sempre più scemando (ma davvero è stato già detto tutto?).

Bene. Stare qui a raccontarvi COSA suonino Le Naphta Narcisse e COME lo suonino sarebbe molto professionale ma, allo stesso tempo, davvero poco interessante. Vi basti sapere che fanno rock, che quello a cui abbiamo assistito è stato un gran bel concerto rock, e che sono dei musicisti preparatissimi e con grandissime idee che riescono a tenere egregiamente il palco. Insomma, cercano più o meno di sfiorare tutti quanti i lidi dell’alternative rock made in Italy (e non solo) condendo poi la miscela con testi pungenti e assai sarcastici, strafottenti e consapevoli. Schopenhauer dei tempi moderni: si scagliano contro tutto ciò che a loro non va e lo fanno senza mezzi termini, senza peli sulla lingua (espressione che odio profondamente ma che al contempo mi diverte tantissimo).

E così si passa la serata con piacevole leggerezza; e quando sul palco salgono altri musicisti per collaborare si capisce appieno lo spirito comunitario ed aggregativo di questa rassegna. Peccato che il palchetto de Le Mura sia piuttosto piccolo, altrimenti sarebbe stato carino salire tutti quanti sul palco e cantare, che ne so, We Are The World o quelle robe lì, con delle candele in mano. Magari vi ho dato una bella idea per la prossima serata. Insomma, Natale si avvicina. E siamo tutti più buoni. E siamo tutti più Heroes.

P.S.: un live report stilato così tardivamente deve delle spiegazioni. Purtroppo dopo il concerto ho sentito l’irrefrenabile desiderio di sperperare tutto il gruzzolo che avevo da parte in alcolici di varia natura, cancellando COMPLETAMENTE la serata dalla mia memoria. Solo per caso, qualche giorno fa, mi sono ricordato del concerto e del report da scrivere. Vabbè ma finché siamo giovani ‘ste cose se possono fa’.

Volemose bene.

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Speciale Heroes: Spiral69 @ Le Mura

ottobre 30, 2011

E siamo a due. Passano venti giorni, e ci si ritrova davanti a Le Mura di San Lorenzo. Ho la testa che mi scoppia, ore di lavoro sulle spalle e altre ore di lavoro davanti a me: si prospetta un sabato di quelli tragici, quei sabato che ti prendono a pugnalate sulla schiena, che ti riempiono di ganci ben assestati sullo stomaco e ti lasciano stramazzare a terra. Però oggi è venerdì sera, ho 21 anni, e sabato è domani. Domani affrontiamo domani, oggi non pensiamoci che è meglio. Che eroe sarei se mi lasciassi spaventare dal sonno che manca, dal digiuno forzato e da 10 ore di lavoro? Concentriamoci piuttosto sulla serata, che suonano gli Spiral69.

Gli Spiral69, tanto per intenderci, sono il progetto solista di Riccardo Sabetti dopo le esperienze con Argine e Pixel. L’ultimo disco è uscito quest’anno, si intitola No Paint On The Wall, ne ho scritto una recensione QUI e l’ho definito “una delle migliori release italiane di questo 2011”. E non c’è conflitto di interessi, all’epoca non ero neanche a conoscenza di Heroes, o magari sì, ne sapevo qualcosa, ma non immaginavo che ne avrebbero fatto parte anche gli Spiral69. Insomma, fidatevi, è davvero un bel disco. Leggete la recensione che ho linkato se vi interessa perché odio ri-scrivere qualcosa che, oltretutto, ho già pubblicato.

Non so se c’è più gente dell’altra volta, o se ce n’è di meno. A me sembriamo sempre tanti, e questo è l’importante. Dentro fa sempre caldo, forse più dell’altra volta. Sarà che mi sono messo sotto il ventilatore che non funziona, sarà che davanti c’è la tastierista che si sventola un po’ d’aria sul petto (per non dire sulle tette… ah l’ho detto), sarà il vino, ma fa caldo. Quando arriva il fatidico momento di attaccare a suonare, gli Spiral69 mi ricordano la bontà della loro proposta musicale e, soprattutto, di essere una delle band più in forma del momento qui in Italia (IMHO). La loro musica, che live oltretutto rende miliardi di volte più che su disco, è la combinazione centellinata e ponderata di un’infinità di elementi tipici della musica dark, nell’accezione più ampia che possiamo darne. E la cosa che più mi sembra funzionare nella band (oltre alla tastierista in qualità di essere vivente ndr) è il carattere dichiaratamente sensuale (o, per meglio dire, sessuale) dei brani. Insomma, l’apocalisse la lasciamo ad altri, la depressione non è cosa nostra e le città di lamiere e fuliggine non rappresentano la nostra realtà. Più Nine Inch Nails che altro insomma, nonostante la formula Spiral69 non sia affatto un copia/incolla ma un qualcosa di estremamente personale (a parte un brano inedito, se non mi sbaglio si intitola Dirt o Dirty, che mi è piaciuto molto ma che sa fin troppo di NIN). Insomma, gli Spiral69 hanno suonato un bel po’, hanno fatto salire sul palco Federico Amorosi e Alessandra Perna (che ha sostituito Tying Tiffany in The Girl Who Dance Alone In The Disco) ed hanno buttato nella mischia tre cover di alto livello (New Dawn Fades, There Is A Light That Never Goes Out e una canzone famosissima che porca puttana non ricordo né il titolo e né il nome della band, e la cosa ferisce profondamente il mio orgoglio di pseudo-critico musicale). Vorrei anche ricordare la presenza di Andrea Freda alla batteria, membro degli Spiritual Front, e già che ci sono vorrei mandare un saluto a Stefano Conigliaro, batterista che ha registrato No Paint On The Wall, il quale ho avuto modo di conoscere (molto poco a dire il vero) durante un concerto dei Granada Circus, e vorrei anche dare adito alle voci che lo ritrarrebbero come ragazzo tranquillo e assolutamente pacifico. Certo, non siamo amici, in realtà neanche mi ricordo benissimo la sua faccia, ma conosco davvero molto bene alcune persone che lui frequenta e, per quel che può valere, mi è sempre stato descritto come una persona innamorata della propria ragazza e del proprio strumento, e che con la violenza non ha davvero nulla a che fare. Ora rischia dai 3 ai 15 anni di carcere per resistenza aggravata a pubblico ufficiale per i fatti del 15 ottobre scorso (vi ricordate Roma messa a ferro e fuoco dai black blocks?), ma pare ci sia un video che confermi in realtà tutto l’opposto, e cioè che Stefano sia stato accondiscendente con i poliziotti che lo avevano fermato (che gentilmente come premio gli hanno poi regalato una manganellata). Io spero sinceramente che la verità salga a galla il prima possibile, spero che Stefano possa riprendere subito a suonare la sua batteria, e spero che possa tornare ad abbracciare la sua ragazza, i suoi amici e i suoi familiari. E magari incontrarlo una sera a San Lorenzo, magari a Le Mura, magari di venerdì. Perché gli eroi sono con te, e tu sei uno di noi.

Ci vediamo il quattro novembre, che suonano gli Operaja Criminale. Avete da fare? Esticazzi!

P.S.: ho dovuto mettere una foto di Licia Missori (la tastierista) da sola perché wordpress mi ha tagliato l’immagine a caso. E ve lo dico chiaramente, non mi andava di cercarne un’altra.

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La Quiete + Raein + Gerda + godog + Heisenberg @ Traffic

ottobre 17, 2011

“Mi viene da pensare, a volte, che i powerchords degli Hüsker Dü abbiano lasciato un’impronta nel mondo della musica maggiore, se possibile, rispetto a quella lasciata da band con un “bacino d’utenza” immensamente più ampio. Rispetto ad una band come i Beatles, per esempio, i quali sarebbe d’uopo precisare non hanno inventato la ruota, come in molti vorrebbero farci credere.”

È festa grande al Traffic. Cinque band divideranno il palco del locale: godogHeisenbergGerdaRaein e La Quiete. Il pubblico non affolla il locale, non siamo insomma davanti al sold out che invece mi aspettavo di trovare, e tra una birra ed una canna la serata scorre via piacevolmente. Mi perdo gli Heisenberg poiché arrivo con imperdonabile ritardo (avete presenti quelle cene di compleanno a cui non si può mancare?), mentre igodog riesco a non perdermeli per un pelino. Personalmente non mi hanno fatto gridare al miracolo, per quel poco che ho potuto sentire, ma certo sarebbe difficile giudicare negativamente la loro prova. Il loro punk rock classico, divertente, dalle forti tinte rosa vista la composizione della band, ben si addiceva allo spirito della serata. Serata che presto i Gerda avrebbero sconvolto, almeno al sottoscritto.

Avete in mente quelle volte in cui state davanti al palco, immobili, con gli occhi sbarrati e la bocca mezza aperta, a ciondolare la testa mentre il piede batte il tempo in sedicesimi (addirittura)? Questo è stato l’effetto dei Gerda: una sorta di ascesi mistica dalla vita, con il loro post-hardcore dal non troppo vago sapore stoner viste le continue dilatazioni e reiterazioni all’interno dei brani. Li avevo ascoltati su disco e mi erano piaciuti abbastanza, soprattutto l’ultimo ‘Gerda’ che mi ha piacevolmente sorpreso, ma il loro impatto live è un qualcosa di divino. Io mi sono girato almeno cinque o sei volte verso un mio amico dicendogli “oh cazzo, questi sono il mio gruppo preferito”. E poi si muovevano come pazzi sul palco; il bassista maltrattava il suo strumento sbatacchiandolo da una parte all’altra del palco, mentre il cantante perdeva le corde vocali e giocava con gli effetti del microfono. Una psichedelia-punk originale, coinvolgente, figlia di una band che già non vedo l’ora torni a suonare a Roma.

Dopo i Gerda è il turno dei Raein, forti del successo del loro nuovo, bellissimo disco ‘Sulla linea dell’orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti’. Band ispiratrice, per quanto riguarda nome e sound, degli ormai famosissimi Fine Before You Came (che hanno contribuito eccome alla riscoperta dei Raein), propongono il loro screamo dalle atmosfere post-qualsiasi cosa: un sound che è stato innovativo e che continua ad evolversi e a restare originale, inconfondibile marchio di fabbrica del sestetto di Forlì. A proposito di sestetto, è veramente bello vedere un concerto rock (perché se vogliamo generalizzare, di rock si parla quando c’è una chitarra elettrica) con sei membri sul palco. L’impatto della band è forte a livello visivo, ma soprattutto è forte il noise che tutti quegli amplificatori messi insieme riescono a produrre. Sarebbe una bella performance, se non fosse per la freddezza del pubblico (giustificata in parte dal fatto che i Raein impiegano cinque minuti ogni volta per passare da una canzone all’altra, viste le quindicimila diverse accordature che sono soliti utilizzare). Tra vecchie glorie e nuove gemme, lo show conferma il valore della band, anche se forse su disco rendono meglio che dal vivo.

E poi arrivano i La Quiete. Diciamo pure che il 90% dei presenti era al Traffic apposta per loro. Se i Gerda dimostrano di avere un ottimo impatto live, e se i Raein al contrario fanno rimpiangere il disco a tutto volume nello stereo della macchina, i La Quiete confermano l’assoluta padronanza che hanno sulla loro musica, sia dal vivo, sia su disco. Non si possono categorizzare, non si può dire “sono bravi” o “hanno fatto davvero un bel concerto”. I La Quiete sono un’entità a parte, una figura magnifica della musica nostrana che trascende i giudizi e le critiche, comunicando non solo attraverso le sette note ma, soprattutto, attraverso l’empatia che si viene a creare col pubblico. Tutti sotto il palco, tutti ad urlare ogni singola parola, tutti a dimenarsi e a scatenare la primordiale danza che il punk riesce ancora a far ballare nei locali di tutto il mondo (l’esperienza mi insegna che, mentre durante i concerti metal il pogo altro non è se non un farsi male/far male che scatena tanta gioia e tanta euforia, durante i concerti punk questo significa comunicazione, comunicazione mediante il movimento, cioè quanto di più innato e animale v’è in noi). I La Quiete trasformano il Traffic in una discoteca primordiale: il sudore finisce dritto in bocca e si mescola alla saliva, e se non si conoscono i testi delle canzoni (brani nuovissimi presentati la sera stessa), allora si urla e ci si agita ancora di più. Poi, come tutte le cose belle, il concerto finisce. Ma la fine non è la fine: farò pure la figura del fanboy più idiota di Roma, ma in macchina, una volta riaccompagnati i miei amici a casa, debbo per forza urlare a squarciagola i versi di ‘Metempsicosi del fine ultimo’.

Stefano Ribeca

http://www.nerdsattack.net/?p=29280

 

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Heroes Opening Party: Luminal + Betty Poison

ottobre 9, 2011

Scrivere con la febbre: è la prima volta che provo una cosa del genere. E non è bello.

Venerdì sette ottobre comincia ufficialmente l’autunno. Fa freddo, soprattutto la sera, e si rispolverano le giacche ormai quasi dimenticate. La fine delle serate romane a maniche corte coincide però con l’inizio della rassegna Heroes: Roma come New York, a Le Mura di san Lorenzo (se non sapete di cosa si tratti potete controllare QUI, certo ciò non toglie che siate delle persone davvero poco informate). Già un’ora prima del concerto, verso le dieci, c’è una piccola folla (destinata inesorabilmente a crescere) pronta ad assistere all’opening party, inaugurato da Betty Poison e Luminal.

Alle undici circa cominciano i Betty Poison, con il loro rock sporco e graffiato di matrice seattleiana. Nonostante abbiano già calcato parecchi palchi in giro per il mondo (hanno suonato in giro per l’Europa e anche negli States, tanto per chiarire) riescono a entusiasmarsi, ma soprattutto ad entusiasmarci, anche qui a Roma, a Le Mura. Sarà che se fai musica concedi te stesso al cento per cento in qualsiasi occasione, ma c’è da scommettere che il progetto Heroes per come è impostato e per la lungimiranza con cui è nato riuscirebbe ad elettrizzare anche la più pigra delle menti. Il loro noise grungettone dalle improvvise (ma davvero sporadiche) digressioni hardcore convince e riesce a strappare almeno un headbangin’ anche ai più sonnolenti, e in una città come Roma questo faticano ad ottenerlo anche band all’apice della loro carriera. Cattivi, sporchi, sensuali (merito di Lucia, naturalmente), tengono il palco da Dio grazie anche ad un atteggiamento machista per nulla forzato, ma anzi spontaneo, naturale, e sembra strano parlare di machismo quando di mezzo c’è una frontwoman. Una band che lascia il segno insomma, e che nella versione live rende, se possibile, molto più che su disco. Ed è così che deve essere.

Il tempo di una rapida partita a biliardino e tocca ai Luminal, la vera mente dietro la rassegna Heroes. Reduci dalla fortunata campagna in terra teutonica (ma sì, dai, il Belgio è sempre Germania), i Luminal presentano la loro nuova line-up di tre elementi, visto l’allontanamento dalla band della precedente bassista. Alessandra, Carlo e il “bonissimo” Commi (così definito da una sua meravigliosa fan) sono diventati un altro gruppo rispetto a quello che ha registrato l’ultimo album Io Non Credo. Se infatti ascoltaste il disco confrontandolo poi col live dell’altra sera vi rendereste conto del perché. Le canzoni guadagnano una forza d’impatto incredibile, grazie alle ritmiche serrate (perfetto tappeto per i semi-spoken words di Alessandra) e all’accentuato carattere noise della chitarra di Carlo. I Luminal adesso fanno casino, fanno agitare, fanno ballare (come ha dimostrato anche la cover di Damaged Goods dei Gang Of Four*); sono il dualismo tra la voce forte ed impostata di Alessandra e quella più leggera e scazzata di Carlo; sono musica, parole e sangue. Eppure, inconvenienti tecnici a parte, non sono riusciti a rendere al meglio. Inutile dare la colpa a qualcuno, perché la risposta è che la band sta attraversando un processo evolutivo che non ha ancora assimilato al cento per cento, ma che fa ben sperare per il futuro. Aspetto con ansia il prossimo disco, con delle canzoni non “riadattate” alla nuova formula, perché personalmente preferisco i nuovi Luminal rispetto ai precedenti.

Finito il concerto esco fuori dal locale per prendere un po’ d’aria. Fa freddo, chiudo i bottoni della camicia e indosso la giacca. Attorno a me vedo tante persone: tutte sorridenti, tutte soddisfatte. Non so se hanno coscienza del fatto che le sorti di Heroes stanno nelle nostre mani. I Luminal, i Betty Poison, e tutte le band che ritroveremo nei prossimi venerdì sempre a Le Mura, non sono eroi dettati dalla predestinazione. Siamo noi, con la nostra presenza ed il nostro entusiasmo, con la nostra voglia di musica e il nostro supporto, siamo noi che potremo renderli, un giorno, eroi.

Io venerdì 28 ci sarò, a vedere gli Spiral69. Solito posto, solita ora.

Voi?

*A proposito di Damaged Goods. Quello è stato un momento piuttosto imbarazzante per il sottoscritto. Mi sono infatti reso conto di essere stato l’unico ad aver cantato TUTTA la canzone dei Gang Of Four e, al contempo, l’unico a non aver cantato neanche una canzone nè dei Luminal nè dei Betty Poison. Sono una persona cattiva? Forse sì.

P.S.: quando ho scritto che sono uscito fuori per prendere un po’ d’aria, non ho precisato che di aria ne ho presa troppa. Infatti sto scrivendo con un piacevole 38 di febbre. Eroico.

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Mary In June + I Quartieri @ DalVerme

maggio 14, 2011

Ieri sera sono andato con il fido compagno di concerti Mene ad assistere alla presentazione di Ferirsi, primo disco/demo/Ep/giuro non l’ho capito dei Mary In June. Si preannunciava un gran concerto; non tanto per loro dato che non li avevo mai sentiti e non avevo la più pallida idea di cosa suonassero, ma perché ad aprire ai Mary c’erano niente popò di meno che I Quartieri, una delle band più interessanti nel panorama “underground di culto” romano, se non addirittura la più interessante. La location è il DalVerme, associazione culturale alla quale andrebbe fatta un po’ più di pubblicità vista la mole e la qualità dei concerti che porta nella capitale. Si trova vicino al Pigneto, nel quartiere prenestino, quindi se siete gentaglia che frequenta sempre san Lorenzo non vi costa assolutamente nulla spostarvi un po’ per passare una serata all’insegna della buona musica (e della loro birra artigianale).

I Quartieri cominciano ad un orario non precisato vista la mia assoluta mancanza di cognizione del tempo iersera, e ripropongono come al Circolo la vigilia di Pasqua il loro Ep Nebulose, un piccolo gioiello di sei tracce fluttuante tra atmosfere sognanti alternate a sporadici collassi celestiali, incredibili esplosioni di supernove dal sapor non troppo vagamente noiseggiante. Al contrario dell’ultimo concerto visto, sempre quello al Circolo, questa volta la loro dimensione live mi ha convinto, anzi mi ha proprio entusiasmato! A parte qualche esagerato sbalzo di volume, i suoni erano pressochè perfetti nonostante la morfologia del locale lasciasse poche speranze sulla qualità audio, e i loro sferragliate noise (in particolare i finali di Nebulose e 2009) hanno suscitato in me una gioia ed una goduria tali da farmi rimanere intontito per qualche attimo prima di rendermi conto di dove fossi e soprattutto di chi fossi. Questi sono veramente bravi, cazzo.

Subito dopo, il tempo solo di riprendere fiato, ed ecco salire sul palco i Mary In June. Mentre scrivo questa recensione sto ascoltando il loro disco, ovviamente per riconoscere meglio i pezzi, eppure quello che mi viene da pensare è che forse il live di ieri sera non abbia veramente rappresentato il reale valore della band, ma che li abbia minimamente danneggiati. Intanto va detto che i volumi erano messi un po’ alla cazzo di cane, visto che per la prima volta nella mia vita ho sentito una tastiera sovrastare e travolgere una chitarra elettrica. Inconvenienti e sbavature a parte, il concerto è risultato gradevolissimo nonostante il caldo africano della sala. I Mary In June hanno portato un loro interessante guazzabuglio di musica, alternando i momenti più “ambient” alla Explosions In The Sky a vere e proprie sfangate noise alla Dinosaur Jr condite da innesti di synth che a qualcuno hanno ricordato gli Arcade Fire; a me personalmente no, anche perchè la band di Montreal mi fa davvero schifo. Qui in Italia un gruppo a cui si potrebbero accostare sono i Verdena, che quest’anno hanno tirato fuori dal cilindro l’ottimo WOW. Ma io vi dico, e qui NON lo nego, che a tratti, soprattutto nelle concitazioni di In fondo al mare e Nel buio, strapreferisco i romani piuttosto che i Verdena-padani.

Insomma, ieri sera ho assistito ad un gran bel concerto, e i Quartieri come i Mary in June, per quanto possa interessar loro, da oggi hanno un nuovo fan.

LINK MARY IN JUNE

LINK I QUARTIERI