Archive for the ‘recensione cd’ Category

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Lemeleagre: Atlante

settembre 21, 2011

Lemeleagre

Atlante

power pop

In parole povere: carino ma alla fine anche sticazzi

 

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Ho pubblicato una recensione di questo disco su Storia della Musica (QUI) però non riesco a copincollarla. C’ha un’impostazione strana quel sito per cui m’ha mandato affanculo tutti gli spazi, va a capo quando gli pare, e soprattutto smembra il test

o in paragrafi pi

ù o meno lunghi a seconda di come gli gira (se non fossi stato chiaro ve ne ho fornito appena adesso un esempio). Comunque, ripeto, la recensione la potete trovare QUI.

Ciao!

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Alberto Marchetti: Alberto Marchetti

settembre 19, 2011

Alberto Marchetti

Alberto Marchetti

cantautorato

In parole povere: un cantautore che non mi lascia niente dentro non è un cantautore

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Fondista, pittore, scrittore, sommelier, e “cantante per amore”. Alberto Marchetti (classe ’63) le prova un po’ tutte. E se ne esce nel 2011 con un disco (o per meglio dire un EP) autoprodotto, con la collaborazione dei maestri Giovanni Gobbi, Loris Deval e Daniele Giaro.

Cinque brani che spaziano dal folk nostrano alla ballata francese, che sfiorano i lidi del jazz e addirittura le coste di Ipanema. Un EP molto eterogeneo, suonato egregiamente, con un filo conduttore che riesce a mantenere unita l’opera: la malinconia che è sempre presente in tutti i testi del Marchetti, a volte prevalendo su tutto il resto, a volte facendo da sfondo a scene strettamente legate al quotidiano.

C’è chi è particolarmente ferrato in un ambito e percorre la strada come un toro fino a raggiungere l’agognato risultato, ma c’è chi invece sente di poter fare un po’ tutto, ma nulla particolarmente bene, e si apre sentieri a suon di accettate, tra i rovi, sperando di raggiungere non il risultato, ma qualcosa. Un qualcosa di indefinito, un qualcosa che inevitabilmente non coinciderà mai con la realizzazione personale. E Alberto Marchetti sembra proprio essere uno di questi.

Insomma, musicalmente è impeccabile, ma i testi non riescono a penetrare il cuore, e per un paese abituato a certa gentaglia (Tenco, De André, De Gregori, Battiato, Ciampi, Guccini e quant’altri) questo è un motivo più che sufficiente per non esaltarsi.

Pubblicato per Loudvision: http://www.loudvision.it/musica-dischi-alberto-marchetti-alberto-marchetti–5425.html

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Are We Real?: Il Piccolo Dirigibile Giallo

settembre 18, 2011

Are We Real?

Il Piccolo Dirigibile Giallo

folk, lo-fi

In parole povere: questo disco è bellissimo.

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Prendete due ragazzi di diciott’anni. Fatto? Chiudeteli in una stanza con un computer ed un po’ di strumenti. Fatto? Lasciateli lavorare finchè non sentirete la porta che si riapre. Fatto? Bene, probabilmente vi trovate davanti ad un piccolo capolavoro.

La scelta/necessità del lo-fi è senza ombra di dubbio quella vincente a diciott’anni. Sicuramente più immediato, più fresco, più vero, è un metodo di registrazione che permette di trasferire immediatamente su disco/vinile/cassetta/mp3 tutte le emozioni e le intenzioni di un giovane artista. La giovinezza, spontanea come un brufolo, si manifesta da subito per quello che è, a causa degli scompensi ormonali subiti pochi anni prima che faticano a ritrovare il giusto equilibrio (bisogna aspettare un bel po’ di tempo, in realtà l’adolescenza dura fino ai 30 anni). Così è per gli Are We Real?.

Il Piccolo Dirigibile Giallo (giallo come il sottomarino dei Beatles) è un concept album, trattasi delle esperienze vissute su di un (non indovinerete mai) piccolo dirigibile giallo e delle conseguenti riflessioni che il viaggio, come tutti i viaggi, ha portato con se. Uno schema classico, un topos artistico che da millenni si manifesta, a volte concedendo interessanti spunti, a volte fallendo miseramente in banalità e vecchi cliché. Ma non in questo caso.

Un viaggio che, dantescamente, comincia dal sonno. Onirico sì, ma al contempo estremamente reale grazie alle minuziose descrizioni dei paesaggi. Un viaggio schopenhaueriano, perché la noluntas è l’unica direttrice del viaggio: l’ascesi, il rifiuto della volontà figurato dal vento che indirizza, gestisce il viaggio, cullando il dirigibile in giro per il mondo. Un viaggio alla scoperta del mondo e, come nel miglior romanzo di formazione, alla scoperta del proprio io e poi, più in generale, del senso stesso della vita. Un viaggio che porta con se tante domande, a cui non può essere però data risposta. L’unica consapevolezza raggiunta durante l’atterraggio è che il viaggio non deve terminare. Il percorso è lungo, deve continuare, le domande da porsi sono molte, e le risposte le avremo, forse un giorno, ma certamente non in questa vita. Perché? Perché in fondo non sappiamo se siamo reali, e così non possiamo sapere se questa vita è la realtà. Questo, mi sembra, sia il concetto che cerca di esprimere il duo di udine.

Una storia raccontata a suon di schitarrate folk, un progetto che per arrangiamenti (ma anche per tematiche) ricorda con una certa immediatezza i Neutral Milk Hotel di In The Aeroplane Over The Sea. Un disco evocativo, pieno di immagini, registrato coi piedi e col cuore. Un disco che lascia qualcosa oltre alla musica, molto più di qualcosa. E questi due hanno diciott’anni. Tutta una vita davanti, reale o fantastica che sia.

WordPress della band con tutte le info sul disco e sugli ep, con annessi link per il download: http://arewereal.wordpress.com/

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The Wisdoom

settembre 17, 2011

The Wisdoom

The Wisdoom

doom metal, stoner, sludge metal

In parole povere: il male sorge sotto ar Cuppolone

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Ah, la saggezza sicuramente senza il senso del sacro, nonostante mr Iocca tenti in tutti i modi di farci credere ad una spiritualità, una ritualità che vada a braccetto con la sua musica. In realtà il primo ep dei Wisdoom è quanto di più profano i giovani romani (amici miei, lo ammetto) potessero creare; quanto di più sporco, lurido, grave e tenebroso potessero cagare dai loro bei culetti.

Agli occhi la copertina, lisergica e rarefatta, dalle vaghe reminescenze flower-power, rende appieno l’idea di spaesamento che l’ep vuole dare. Anche il nome stesso della band ci suggerisce un ascolto particolare; non è il solito doom, questo è pregno di saggezza. Scordatevi le pecionate a due all’ora insomma, i Wisdoom vogliono fare sul serio, vogliono mostrarci un mondo parallelo in cui il sacro è dissacrato dalle distorsioni, e non scassarci i coglioni per poco più d’una mezzora.

E per far questo allora attingono a tutte le loro serie di esperienze con la musica, lasciandosi influenzare senza costrizioni e proponendole in uno spartito che poi ha qualcosa di già sentito ma, al contempo, possiede una sua “unicità”. Quindi sentiremo certamente i Black Sabbath, ma anche la psichedelia pinkfloydiana da sempre prestata a smussare generi più hard, e perché no chi vorrà potrà sentirci anche gli Alice In Chains, i Kyuss, gli Electric Wizard. Io ci sento la Madonna che mi parla e che mi sprona a studiare un po’ di più. Però sembra evidente che a suonare quel disco siano gli Wisdoom, perché probabilmente nessun altro in giro saprebbe suonare così (almeno qui in Italia).

Poi potrete dire quello che vi pare, per esempio che io sia un recensore di parte. E perché? Solo perché Dario e Alessandro sono due miei cari amici? O forse solo perché agli albori della band io ne ero il cantante? Eh ma meno male che ho lasciato perdere perché vi sfido ad ascoltare le prime registrazioni della band (tra le quali c’era anche Katabasis). Terrificanti.

E comunque se non mi fosse piaciuto st’ep non ne avrei mai scritto la recensione. Chi può essere così crudele da smerdare i propri amici?

Myspace da cui potete ascoltare i brani: http://www.myspace.com/thewisdoom

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Ohio Kid: Balls

settembre 16, 2011

Ohio Kid

Balls

folk

In parole povere: davvero una bella prova questo EP

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Se c’è un genere che da dieci/quindici anni riscuote per la quasi totalità solamente consensi entusiasti, quello è proprio il folk. Eh già, gente come Elliott Smith o meglio ancora come Jeff Mangum ha inconsapevolmente ridato vita ad una vera e propria “filosofia di musica”  che si è poi espansa a macchia d’olio, diventando uno dei cardini della musica dal 2000 fino ad oggi (nomi come Bon Iver, Fleet Foxes, Okkervill River ed Iron & Wine la dicono lunga), senza poi considerare tutti quei gruppi o quegli artisti che, se non si son proprio messi a suonar la folk music, ne sono rimasti indubbiamente affascinati e ne hanno spolverata un po’ qua e un po’ la in tutte le loro discografie.

Ohio Kid non lo so chi sia e non mi sono messo a cercare in giro perché al momento ho un mal di gola cane e non riesco a far nient’altro se non ascoltare e scrivere. Presuppongo sia un ragazzo, un bravo ragazzo perché quando m’ha chiesto di scrivere due righe a proposito del suo Ep Balls è stato molto educato e spero non abbia sbroccato per il fatto che mi ha contattato a giugno mentre adesso siamo a settembre. Un Ep di tre canzoni, un mese per ogni canzone, e un mese per scrivere la recensione. Ci può stare.

Bando alle ciance, Balls è un delizioso idillio nebbioso (atmosfere un po’ alla Bon Iver insomma), freddo ed asettico che, grazie all’ottima interpretazione vocale del signor Ohio Kid (ah che fastidio non sapere chi sia), riesce senza problemi a penetrare diritto nel cuore dell’ascoltatore. Insomma, sceglie la formula tradizionale della dicotomia indie folk nordeuropea centrando in pieno il bersaglio. Però sono solo tre pezzi, e spero arrivi presto l’LP. Anche perché a far tre pezzi belli non dico sia facile, ma non è poi così difficile. Un disco è un’impresa ben più ardua, insomma.

Ma io sono fiducioso.

Soundcloud della band: http://soundcloud.com/ohiokid/sets/ohio-kid-balls

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Ansiria: Il vuoto e la sua vanità

settembre 16, 2011

Ansira

Il vuoto e la sua vanità

rock

In parole povere: ben suonato ma poco coinvolgente.

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Qui in Italia siamo pieni di bravi musicisti. Poi ci sono musicisti molto bravi che hanno molte idee, e musicisti molto bravi che di idee ne hanno davvero poche. Gli Ansiria di idee ne hanno eccome, hanno anche le giuste spinte nell’ambiente (visto che il cantante Irvin Vairetti altri non è che il figlio di Lino, frontman degli Osanna, storica progressive rock band italiana degli anni ’70) e, soprattutto, sono bravi musicisti.

Esce per FullHeads il loro primo disco, Il Vuoto E La Sua Vanità, un piccolo viaggio di rock d’autore che ammicca come sonorità a quel mostro sacro di Jeff Buckley (altro figlio d’arte) ma che riesce a mantenere una sua italianità grazie non tanto alle tematiche affrontate, quanto soprattutto alla scelta dell’italiano come lingua cantata.

Che dire? Il loro rock a tratti da pianobar è in se perfetto, non mostra pecche particolari. Sono dei musicisti eccezionali, la scelta dei suoni è impeccabile e la produzione non ammette repliche. Però quello che si riscontra, nell’ascoltatore, è una certa freddezza di fronte a questo disco. Manca il coinvolgimento, il calore, il fervore. Sarà un problema della musicalità della voce, a volte esageratamente cercata ed inevitabilmente sforzata; oppure sarà che il rock d’autore riesce a sfondare solo in presenza di geni assoluti della musica e della poesia; fatto sta che questo disco, un buon disco, fatica a scorrere nelle vene dell’ascoltatore.

Articolo scritto per Loudvision http://www.loudvision.it/musica-dischi-ansiria-il-vuoto-e-la-sua-vanita–5423.html

Note: in realtà questo disco mi è piaciuto davvero poco, ma me ne sono reso conto solo dopo averne pubblicato la recensione su Loudvision. Il grosso problema degli Ansiria è la voce di Irvin Vairetti, che a me personalmente non piace per nulla (senza considerare la povertà dei testi).

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I Cani: Il sorprendente album d’esordio dei Cani

settembre 5, 2011

I Cani

Il sorprendente album d’esordio dei Cani

elettrock

In parole povere: un disco frainteso, da molti.

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Ho voluto aspettare un po’ di tempo prima di dire la mia riguardo questo sorprendente esordio de I Cani: in primis perché dovevo farmi un’idea per conto mio, evitando di lasciarmi troppo influenzare dai molteplici pareri che circola(va)no tra i miei amici e su internet; in secondo luogo perché mi piace dire la mia quando l’argomento trattato smette di essere il leitmotiv delle discussioni sulle uscite più “in” del momento.

Non si sa chi siano questi Cani. O meglio si sa ma non lo si dice. O se volessimo essere ancora più precisi c’è gente che lo dice, magari a mezza bocca. O magari c’è qualcun altro che lo dice ad alta voce, in mezzo ad un sacco di gente. Si sa, non si sa, fattostà che alla fine dei conti non gliene frega un cazzo a nessuno. Siamo pieni di personaggi della musica coperti dal mistero, che poi siano caschi colorati, magari con due orecchie da topo applicatevi, o che siano ologrammi, o buste di carta, non ci interessa proprio. Insomma, dateci un po’ di contenuto e allora sarete annoverabili nel meraviglioso mondo degli artisti misteriosi. Altrimenti sarete dei coglioni (o un coglione in questo caso?) come tanti altri ce ne stanno. E i coglioni, di quelli ne è pieno il mondo.

Ma Theme from Cameretta fa ben sperare. Un piccolo idillio cittadino in versione sonora accompagna i primi secondi a suon di automobili ed ambulanze, per lasciar spazio poi ad un intro che quasi ricorda i Justice di Cross in versione low fidelity. Un pizzico di malinconia che però graffia le casse creando un gran frastuono. Un inizio delizioso, e si sa che “chi ben comincia…”.

Poi il disco cambia, declina verso il pop baustelliano, il che non è che sia una cosa negativa. E poi ci siamo abituati ormai. Niente di che, un elettro-rock giustamente registrato coi piedi, un prodotto senza alcun particolare fine commerciale, un dischetto godibile e sfizioso. Un po’ sciocco, per come affronta gli stereotipi della gioventù romana (ma ripeto, come al solito, che tutto il mondo è provincia) e per come poco incide negli sporadici momenti in cui cerca di penetrare nell’intimo del personaggio narrante, in un certo senso figura centrale dell’intero lavoro. Ma nel complesso non è male, bisogna guardarlo (o meglio, ascoltarlo) per quello che è.

Poi però ci sono quelle orde di fan sfegatati all’ultima moda che innalzano il disco fino a renderlo un sacramento: Niccolò er guru de noantri, apostolo indefesso della verità. E il bello è che, da quello che ho riscontrato personalmente, i più ciechi amanti di questo disco sono proprio quelli contro i quali I Cani lanciano tutto il loro disprezzo. E la 42 Records, e chi per essa, spinge su questo fatto, creando una vera e propria tribù di hooligans pronti a martoriare chiunque in giro per il web non riesca proprio ad evitare un commento infelice dell’album. Quello che probabilmente nelle intenzioni dell’artista doveva essere uno sfogo da cameretta (ma questo non c’è dato saperlo), è stato trasformato in un fenomeno commerciale di becera caratura, sorretto dal consenso di qualche idiota e da più o meno importanti agganci con case discografiche, promoters, giornalisti.

Musicalmente è poca cosa, ma è carino. I testi sono davvero poveri, ma riescondo ad essere divertenti. Se vogliamo considerarlo un dischetto carino, senza impegno, trovate anche la mia poco interessante approvazione. Ma se davvero, come hanno confermato molte webzine qui in Italia, ci si trova davanti al Nevermind The Bollocks italiano, allora una domanda mi sorge spontanea. Dovremmo accontentarci di così poco?