Posts Tagged ‘punk’

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La Quiete + Raein + Gerda + godog + Heisenberg @ Traffic

ottobre 17, 2011

“Mi viene da pensare, a volte, che i powerchords degli Hüsker Dü abbiano lasciato un’impronta nel mondo della musica maggiore, se possibile, rispetto a quella lasciata da band con un “bacino d’utenza” immensamente più ampio. Rispetto ad una band come i Beatles, per esempio, i quali sarebbe d’uopo precisare non hanno inventato la ruota, come in molti vorrebbero farci credere.”

È festa grande al Traffic. Cinque band divideranno il palco del locale: godogHeisenbergGerdaRaein e La Quiete. Il pubblico non affolla il locale, non siamo insomma davanti al sold out che invece mi aspettavo di trovare, e tra una birra ed una canna la serata scorre via piacevolmente. Mi perdo gli Heisenberg poiché arrivo con imperdonabile ritardo (avete presenti quelle cene di compleanno a cui non si può mancare?), mentre igodog riesco a non perdermeli per un pelino. Personalmente non mi hanno fatto gridare al miracolo, per quel poco che ho potuto sentire, ma certo sarebbe difficile giudicare negativamente la loro prova. Il loro punk rock classico, divertente, dalle forti tinte rosa vista la composizione della band, ben si addiceva allo spirito della serata. Serata che presto i Gerda avrebbero sconvolto, almeno al sottoscritto.

Avete in mente quelle volte in cui state davanti al palco, immobili, con gli occhi sbarrati e la bocca mezza aperta, a ciondolare la testa mentre il piede batte il tempo in sedicesimi (addirittura)? Questo è stato l’effetto dei Gerda: una sorta di ascesi mistica dalla vita, con il loro post-hardcore dal non troppo vago sapore stoner viste le continue dilatazioni e reiterazioni all’interno dei brani. Li avevo ascoltati su disco e mi erano piaciuti abbastanza, soprattutto l’ultimo ‘Gerda’ che mi ha piacevolmente sorpreso, ma il loro impatto live è un qualcosa di divino. Io mi sono girato almeno cinque o sei volte verso un mio amico dicendogli “oh cazzo, questi sono il mio gruppo preferito”. E poi si muovevano come pazzi sul palco; il bassista maltrattava il suo strumento sbatacchiandolo da una parte all’altra del palco, mentre il cantante perdeva le corde vocali e giocava con gli effetti del microfono. Una psichedelia-punk originale, coinvolgente, figlia di una band che già non vedo l’ora torni a suonare a Roma.

Dopo i Gerda è il turno dei Raein, forti del successo del loro nuovo, bellissimo disco ‘Sulla linea dell’orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti’. Band ispiratrice, per quanto riguarda nome e sound, degli ormai famosissimi Fine Before You Came (che hanno contribuito eccome alla riscoperta dei Raein), propongono il loro screamo dalle atmosfere post-qualsiasi cosa: un sound che è stato innovativo e che continua ad evolversi e a restare originale, inconfondibile marchio di fabbrica del sestetto di Forlì. A proposito di sestetto, è veramente bello vedere un concerto rock (perché se vogliamo generalizzare, di rock si parla quando c’è una chitarra elettrica) con sei membri sul palco. L’impatto della band è forte a livello visivo, ma soprattutto è forte il noise che tutti quegli amplificatori messi insieme riescono a produrre. Sarebbe una bella performance, se non fosse per la freddezza del pubblico (giustificata in parte dal fatto che i Raein impiegano cinque minuti ogni volta per passare da una canzone all’altra, viste le quindicimila diverse accordature che sono soliti utilizzare). Tra vecchie glorie e nuove gemme, lo show conferma il valore della band, anche se forse su disco rendono meglio che dal vivo.

E poi arrivano i La Quiete. Diciamo pure che il 90% dei presenti era al Traffic apposta per loro. Se i Gerda dimostrano di avere un ottimo impatto live, e se i Raein al contrario fanno rimpiangere il disco a tutto volume nello stereo della macchina, i La Quiete confermano l’assoluta padronanza che hanno sulla loro musica, sia dal vivo, sia su disco. Non si possono categorizzare, non si può dire “sono bravi” o “hanno fatto davvero un bel concerto”. I La Quiete sono un’entità a parte, una figura magnifica della musica nostrana che trascende i giudizi e le critiche, comunicando non solo attraverso le sette note ma, soprattutto, attraverso l’empatia che si viene a creare col pubblico. Tutti sotto il palco, tutti ad urlare ogni singola parola, tutti a dimenarsi e a scatenare la primordiale danza che il punk riesce ancora a far ballare nei locali di tutto il mondo (l’esperienza mi insegna che, mentre durante i concerti metal il pogo altro non è se non un farsi male/far male che scatena tanta gioia e tanta euforia, durante i concerti punk questo significa comunicazione, comunicazione mediante il movimento, cioè quanto di più innato e animale v’è in noi). I La Quiete trasformano il Traffic in una discoteca primordiale: il sudore finisce dritto in bocca e si mescola alla saliva, e se non si conoscono i testi delle canzoni (brani nuovissimi presentati la sera stessa), allora si urla e ci si agita ancora di più. Poi, come tutte le cose belle, il concerto finisce. Ma la fine non è la fine: farò pure la figura del fanboy più idiota di Roma, ma in macchina, una volta riaccompagnati i miei amici a casa, debbo per forza urlare a squarciagola i versi di ‘Metempsicosi del fine ultimo’.

Stefano Ribeca

http://www.nerdsattack.net/?p=29280

 

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Editoriale #3

maggio 27, 2011

Riflessione sul lo-fi messa in soldoni vista la mia poca voglia di scrivere al momento

Produrre un disco era veramente difficile negli anni Sessanta e all’inizio degli anni Settanta. Avevi bisogno della strumentazione necessaria, che costava molti soldini, e perciò le registrazioni erano ad appannaggio di chi se le poteva permettere. Eppure col passare del tempo qualcosa è cambiato, gli strumenti sono stati sempre più facilmente reperibili, finché non si riuscì a registrare a proprie spese senza troppi problemi un demo, un Ep, un album. Fondamentalmente così nasce il così detto lo-fi, questo metodo di registrazione home-made, very casareccio, e non date retta a quello che c’è scritto su internet, che nasce verso gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Di esempi di lo-fi ne abbiamo fin dalla fine degli anni Sessanta, quando i metodi di registrazione erano già complessi e garantivano un’ottima qualità audio. Un esempio su tutti può essere il seminale The Velvet Underground and Nico, uscito nel 1967, registrato per necessità in quel modo (se la Columbia avesse accettato di produrlo invece che la Verve Records ci saremmo trovati di fronte ad un altro album, lo sapete meglio di me). Questo vale poi per tutta la scena garage e così detta proto-punk: il lo-fi non era un vezzo, un espediente artistico, ma una mera necessità vista la mancanza di una posizione favorevole delle majors nei confronti del rock più sporco e sperimentale. L’apoteosi si ebbe poi in Inghilterra e negli USA attorno alla fine degli anni Settanta, in pieno periodo post-punk da una parte e no wave dall’altra. Nacquero tantissime case discografiche indipendenti (in Inghilterra per esempio la Factory e la Rough Trade, per citare le due più conosciute) e si moltiplicarono i gruppi seguaci del do-it-yourself. Il lo-fi resta però una necessità, necessità derivata da una parte dalle risorse economiche, e dall’altra dalla schiettezza del punk, che di tutto aveva bisogno tranne che di artefatti d’ogni sorta (Never Mind The Bollocks resta a mio avviso il più grande affronto che sia mai stato fatto al punk). Certo va anche detto che molti gruppi punk che avevano adottato il lo-fi durante la loro genesi, all’aumentare dei consensi andavano alla ricerca di una maggiore qualità del suono e del prodotto commerciale, come può essere per i Joy Division e successivamente per i New Order, o per gruppi come Devo e Pere Ubu, senza considerare i Public Image Ltd, che negli anni Ottanta hanno totalmente cambiato cifra stilistica. Un esempio lampante sono anche i Pixies, che per loro stessa ammissione odiavano il sound di Surfer Rosa partorito da quel genio di Steve Albini, avanzando al livello successivo con Doolittle, di gran lunga più pulito e curato rispetto al precedente. Dagli anni Novanta in poi, però, il lo-fi diventa esclusivamente un espediente artistico, se non addirittura un vezzo. Non esiste più la necessità; chiunque può procurarsi le strumentazioni a costi competitivi e si moltiplicano gli ingegneri del suono. E così: perché questo vezzo? Perché ha così tanto fascino questo modus operandi rispetto al tanto bramato hi-fi? Io una risposta ce l’ho ma non mi va di darla perché sembra che mi sia preso troppo sul serio, cosa che invece non accade MAI. Ah, quello che ho scritto fino ad ora sono opinioni e restano tali, questo non vuole essere una specie di breviario, è semplicemente un’estemporanea riflessione su un genere che mi ha sempre affascinato.

Stefano

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Gazebo Penguins: Legna

maggio 24, 2011

Gazebo Penguins

Legna

2011

post-hardcore

In parole povere: per quanto se ne possa parlare, questo resta un gran bel dischetto.

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Questo genere sta facendo proseliti su proseliti. I Fine Before You Came erano l’apice, raggiunto circa un anno fa, ed ora ci ritroviamo di fronte alle spietate conseguenze, alle risacche provocate da ogni onda che si rispetti. Un tempo erano i La Quiete, più spietati, più veementi, più incomprensibili ed affilati; adesso sono quelli della famiglia Triste e simili a dettar legge: i tempi si sono distesi, la melodia ha preso il sopravvento nella voce senza però lasciar spazio a stucchevoli gorgheggi, ma mantenendo quella sporcizia molto punk, i testi sono diventati più adolescenziali, più quotidiani, più immediati. E la cosa non ci dispiace.

Questo sono i Gazebo Penguins, e questo è il loro nuovo album Legna. Un ottimo lavoro per chi ormai è rimasto intrappolato, impantanato tra i fanghi di questo genrere che ci sta risucchiando un po’ tutti. Avevano cominciato i Laghetto un po’ di tempo fa ed ora siamo pieni di roba similie: FBYC, Verme, Distanti, Dummo, e non per ultimi i Gazebo Penguins. Eh, i Gazebo Penguins, con questo punk edulcorato, con questi testi da autoflagellazione, con questa coralita ed epicità alla continua ricerca della catarsi dell’ascoltatore. Perciò passiamo dal già classico Il tram delle 6, che mette d’accordo tutti, al quasi plagio ai FBYC (Senza di te), passando per momenti più puramente hardcore (300 lire) e momenti più evocativi (Dettato).

Di legnate vere e proprie questo disco ne da poche in realtà, piuttosto sembra che i membri della band abbattano alberi a suon di capocciate. Ma fa parte del genere smerdarsi con i testi, perchè è davvero difficile scrivere canzoni allegre; e poi vivere all’insegna del cazzeggio, indossando barbe finte e vestendosi da boscaioli, ridendo e scherzando durante i concerti, lasciando marcire il sito internet della band dove al massimo si inserisce ogni tanto un simpatico fotomontaggio o un video da youtube, aggiornando lo stato su facebook (sempre che ce l’abbiano) scrivendo come parla un vero ragazzo alternativo (riempiendo il foglio virtuale di “oh”, “eh” e “insomma”), e quantaltro. Mi sono perso, stavo ascoltando Troppo facile. Un quarto alle venti.

A me questi ragazzi mi sono piaciuti un sacco. Qui c’è il free download del disco. http://www.gazebopenguins.com/legna/

Vorrei ricordare quanto amo questi gruppi che mettono tutto in free download. Hanno capito che non ha senso lottare contro mediafire, ma soprattutto contro la povertà dei ventenni studentessi spiantati.