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Speciale Heroes: Spiral69 @ Le Mura

ottobre 30, 2011

E siamo a due. Passano venti giorni, e ci si ritrova davanti a Le Mura di San Lorenzo. Ho la testa che mi scoppia, ore di lavoro sulle spalle e altre ore di lavoro davanti a me: si prospetta un sabato di quelli tragici, quei sabato che ti prendono a pugnalate sulla schiena, che ti riempiono di ganci ben assestati sullo stomaco e ti lasciano stramazzare a terra. Però oggi è venerdì sera, ho 21 anni, e sabato è domani. Domani affrontiamo domani, oggi non pensiamoci che è meglio. Che eroe sarei se mi lasciassi spaventare dal sonno che manca, dal digiuno forzato e da 10 ore di lavoro? Concentriamoci piuttosto sulla serata, che suonano gli Spiral69.

Gli Spiral69, tanto per intenderci, sono il progetto solista di Riccardo Sabetti dopo le esperienze con Argine e Pixel. L’ultimo disco è uscito quest’anno, si intitola No Paint On The Wall, ne ho scritto una recensione QUI e l’ho definito “una delle migliori release italiane di questo 2011”. E non c’è conflitto di interessi, all’epoca non ero neanche a conoscenza di Heroes, o magari sì, ne sapevo qualcosa, ma non immaginavo che ne avrebbero fatto parte anche gli Spiral69. Insomma, fidatevi, è davvero un bel disco. Leggete la recensione che ho linkato se vi interessa perché odio ri-scrivere qualcosa che, oltretutto, ho già pubblicato.

Non so se c’è più gente dell’altra volta, o se ce n’è di meno. A me sembriamo sempre tanti, e questo è l’importante. Dentro fa sempre caldo, forse più dell’altra volta. Sarà che mi sono messo sotto il ventilatore che non funziona, sarà che davanti c’è la tastierista che si sventola un po’ d’aria sul petto (per non dire sulle tette… ah l’ho detto), sarà il vino, ma fa caldo. Quando arriva il fatidico momento di attaccare a suonare, gli Spiral69 mi ricordano la bontà della loro proposta musicale e, soprattutto, di essere una delle band più in forma del momento qui in Italia (IMHO). La loro musica, che live oltretutto rende miliardi di volte più che su disco, è la combinazione centellinata e ponderata di un’infinità di elementi tipici della musica dark, nell’accezione più ampia che possiamo darne. E la cosa che più mi sembra funzionare nella band (oltre alla tastierista in qualità di essere vivente ndr) è il carattere dichiaratamente sensuale (o, per meglio dire, sessuale) dei brani. Insomma, l’apocalisse la lasciamo ad altri, la depressione non è cosa nostra e le città di lamiere e fuliggine non rappresentano la nostra realtà. Più Nine Inch Nails che altro insomma, nonostante la formula Spiral69 non sia affatto un copia/incolla ma un qualcosa di estremamente personale (a parte un brano inedito, se non mi sbaglio si intitola Dirt o Dirty, che mi è piaciuto molto ma che sa fin troppo di NIN). Insomma, gli Spiral69 hanno suonato un bel po’, hanno fatto salire sul palco Federico Amorosi e Alessandra Perna (che ha sostituito Tying Tiffany in The Girl Who Dance Alone In The Disco) ed hanno buttato nella mischia tre cover di alto livello (New Dawn Fades, There Is A Light That Never Goes Out e una canzone famosissima che porca puttana non ricordo né il titolo e né il nome della band, e la cosa ferisce profondamente il mio orgoglio di pseudo-critico musicale). Vorrei anche ricordare la presenza di Andrea Freda alla batteria, membro degli Spiritual Front, e già che ci sono vorrei mandare un saluto a Stefano Conigliaro, batterista che ha registrato No Paint On The Wall, il quale ho avuto modo di conoscere (molto poco a dire il vero) durante un concerto dei Granada Circus, e vorrei anche dare adito alle voci che lo ritrarrebbero come ragazzo tranquillo e assolutamente pacifico. Certo, non siamo amici, in realtà neanche mi ricordo benissimo la sua faccia, ma conosco davvero molto bene alcune persone che lui frequenta e, per quel che può valere, mi è sempre stato descritto come una persona innamorata della propria ragazza e del proprio strumento, e che con la violenza non ha davvero nulla a che fare. Ora rischia dai 3 ai 15 anni di carcere per resistenza aggravata a pubblico ufficiale per i fatti del 15 ottobre scorso (vi ricordate Roma messa a ferro e fuoco dai black blocks?), ma pare ci sia un video che confermi in realtà tutto l’opposto, e cioè che Stefano sia stato accondiscendente con i poliziotti che lo avevano fermato (che gentilmente come premio gli hanno poi regalato una manganellata). Io spero sinceramente che la verità salga a galla il prima possibile, spero che Stefano possa riprendere subito a suonare la sua batteria, e spero che possa tornare ad abbracciare la sua ragazza, i suoi amici e i suoi familiari. E magari incontrarlo una sera a San Lorenzo, magari a Le Mura, magari di venerdì. Perché gli eroi sono con te, e tu sei uno di noi.

Ci vediamo il quattro novembre, che suonano gli Operaja Criminale. Avete da fare? Esticazzi!

P.S.: ho dovuto mettere una foto di Licia Missori (la tastierista) da sola perché wordpress mi ha tagliato l’immagine a caso. E ve lo dico chiaramente, non mi andava di cercarne un’altra.

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Editoriale # 6: speciale Heroes

settembre 29, 2011

Scusatemi se mi prendo troppo sul serio

Il fatto che una cultura, o se preferiamo una sottocultura, prenda le mosse da una ed una sola città (o da una zona geograficamente circoscritta) per poi espandersi a macchia d’olio è cosa nota a tutti. Basti pensare alla Manchester della rave generation (la famosa Madchester di gruppi come gli Happy Mondays) o alla Seattle grunge, terra dei Nirvana e di tutti i loro eredi. Il fermento punk nella Londra fine anni Settanta, la dissacrante scena no wave newyorkese post-Ramones (risale al ’78 la bellissima No New York, compilation fortemente voluta e prodotta da Brian Eno che ha “scoperto” fenomeni come Lydia Lunch e James Chance). E questa non è una prerogativa di Stati Uniti e Inghilterra. Impossibile dimenticare il fermento culturale della kosmische musik tedesca, in fuga dalla terribile realtà della guerra fredda e di una Germania divisa, o le nebbiose lande d’Avignone che hanno riscritto l’accezione depressive fondendo tra loro l’eterea alienazione shoegaze e le cupe ambientazioni black metal. Poi c’è il nord Italia, la pianura Padana specialmente che, in questi ultimi anni, ha saputo abbracciare orde di entusiasti ragazzi sotto il comune denominatore della tristezza e dell’adolescenza mai svanita. La nuova scena screamo, o emocore, o post-hardcore che dir si voglia, viene proprio da lì. Gruppi che ormai non condividono solo il palco tra loro, ma anche gli studi di registrazione, le campagne pubblicitarie, le birre nei locali. È nato un gruppo di persone, di amici, che è riuscito a gridare più forte di tutti e che si è imposto nel panorama underground italiano senza la pretesa di raggiungere un particolare scopo, ma con il semplice intento di esprimersi. Un successo inevitabile vista la freschezza e, soprattutto, la quotidianità dei loro vocabolari e delle loro figurazioni liriche. Ma non è in questa sede che voglio soffermarmi su questa bella realtà nostrana.

Roma, la capitale, il punto in Italia dove senza ombra di dubbio più vivace è lo scambio, lo scontro, la fusione tra un numero indefinibile di culture. Una città sì caotica e disorganizzata, ma pregna di materiale umano, di esperienze e di opportunità. Molte più rispetto ad altre grandi città d’Italia, che però hanno saputo meglio gestire e ravvivare le associazioni, i circoli, le organizzazioni culturali locali. In piccola parte grazie alle istituzioni, in grande parte grazie alle persone che credono nell’arte, che credono nell’utilità della diffusione della cultura, che credono nella forza del dialogo e del confronto. Queste sono persone che hanno voglia di FARE. Non voglio cercare alibi per la città eterna: non diamo la colpa alle istituzioni che non creano spazi associativi, che non finanziano la cultura, che non riescono a perorare una politica giovanile adeguata (nonostante questi problemi ci siano e vadano risolti). La colpa, se davvero di colpa si vuol parlare, è nostra e di nessun altro. Perché non abbiamo la cultura del fare, al contrario di qualcun altro (se ci autodefiniamo la società dei magnaccioni un motivo ci sarà); perché ogni volta che pensiamo all’arte e alla cultura nella nostra città volgiamo la mente ar colosseo e ai fori imperiali, legandoci in maniera così stretta quanto stupida ai fasti di un passato che ormai è lontano anni luce da noi (lontano in tutti i sensi), mentre da altre parti d’Italia (ma che dico, in tutto il mondo) si pensa giustamente al presente, ma soprattutto al futuro. Un futuro a cui noi romani non sembriamo poi tanto interessati, visto che finché non crolla il colosseo, nun c’è problema.

E così ben vengano i nostri eroi, pronti a dare una svegliata al piattume artistico in cui la gioventù romana sembra essersi impantanata. Pronti, in piccola parte, a darci una valida alternativa ad occhialute orde di hipster meta-nerd che affollano le serate del Circolo, in cui l’amore e il culto della propria persona (e del giusto style) vanno annullando il carattere aggregativo di una delle poche occasioni d’incontro di massa nella capitale. Stavolta non si seguiranno le mode, non si cercheranno i consensi: stavolta si sta tutti insieme, sulla stessa barca, e ci si promuove l’un l’altro. Stavolta si sta insieme per stare insieme, per promuoversi e per promuovere, per divertirsi e per far vedere che una scena romana è possibile. Perché Heroes è un progetto concepito e sviluppato dalle band, un progetto che parte dal basso e che coinvolge persone normali, ragazzi della città che hanno in comune la passione per la musica e la voglia di risvegliare la città da questo stato di perpetua sonnolenza che ci ottenebra da troppo tempo. Da qui il motto “pijamose Roma”.

Tutto questo va a braccetto con la speranza di poter un giorno uscire dai confini cittadini, poi nazionali, cercando di diventare una realtà non solo conosciuta in patria, ma anche apprezzata all’estero. Per questo “Roma come New York”: non solo la Grande Mela può essere un modello di fervore culturale, ma può anche diventare l’ambita meta da raggiungere, o il canale privilegiato di uno scambio artistico tra noi e il nuovo mondo.

È arrivato il momento di supportare queste iniziative dal basso. È arrivato il momento di non prenderci troppo sul serio, ma di non prenderci neanche troppo sotto gamba. Perché questo è il modo giusto e sano di considerare la musica, e soprattutto è il modo giusto e sano di considerare la città che, seppur piena di difetti e contraddizioni, amiamo dal profondo del nostro cuore. Roma.

Se volete leggere il manifesto di Heroes, dare un’occhiata alle band che vi fanno parte e al calendario stilato, potete andare QUI.

Stefano