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Editoriale #8 – speciale tossicodipendenza

novembre 6, 2011

Non sono sicuro che questo sia proprio l’ottavo editoriale. Potrebbe essere anche il nono. Nono. No no. Non è il nono bensì l’ottavo. La triste verità è che sto fatto come una pigna: il mondo è più bello, la vita è più bella, ogni volta per scrivere una parola ci metto tre eoni e boh, mi sento leggero. Molto leggero. Molto.

Sono talmente felice che il cielo grigio, anzi grigissimo, che tetro sormonta la mia Roma, al momento mi piace da morire. Sono proprio contento, il sole stavolta non la farà franca. Sono contento soprattutto perché questo cielo fa acquisire 1309920 punti mana a Spiderland degli Slint. Che diventa improvvisamente il disco migliore mai prodotto nella storia dell’intera umanità.

Sì; l’unica ragione per cui io amo questo cielo è Spiderland degli Slint. E vi pare poco?

Il disagio aumenta esponenzialmente, un futuro luminoso non sembra possibile, e la situazione attorno resta ferma, statica, impassibile a qualsiasi cambiamento possibile. Costruire una chiesa, la nuova chiesa, il nuovo modo di interpretare il mondo, diventa impresa primaria per poter uscire da questa atarassia. E gli Slint hanno messo tutto questo in un disco. In un disco che meglio di qualsiasi altro gruppo dell’epoca definibile generazionale (Nirvana e Pearl Jam per esempio) ha rappresentato il disagio alienato degli anni Novanta. Con i testi così spaventosamente evocativi, con le strutture della forma/canzone prima abbattute e poi ricreate geometricamente, con i suoni così “alti” ed “aperti”, così metallici e così distorti, Spiderland è riuscito a tramutare un’epoca in musica, una cosa astratta in una cosa quasi concreta. Copertina, musiche, testi, nulla c’è di sbagliato in questo disco, nulla che non sia perfettamente coerente con tutto il resto. Sì, io sto fatto, ed ora è partita Washer, ma io dico com’è possibile che un disco riesca ad essere così teso e così sospeso? Com’è possibile che questo disco non riesca né a toccare terra né a spiccare il volo? Com’è possibile che sia al di fuori di qualsiasi realtà immaginabile, e tuttavia nelle tematiche così spaventosamente reale? Io non lo so.

Io sto qui alla finestra a guardare il cielo. Sorrido. Non sono felice, sono fattissimo.

Stefano Rebibbia